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> CHI ERA BRUCE LEE ?, BIOGRAFIE-FILMOGRAFIE-QUESITI-CURIOSITà
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:14 PM
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MORTE
Il 10 maggio 1973 si verificò un segno premonitore: Bruce ebbe un collasso negli studi Golden Harvest mentre procedevano con il doppiaggio dei Tre dell’Operazione Drago. Avvertiva dolori su tutto il corpo, oltre ad avere un edema cerebrale. Fu immediatamente trasportato in ospedale, dove i dottori furono capaci di ridurre il gonfiore tramite somministrazione di manitolo e lo rianimarono. Alcuni dei sintomi che caratterizzarono il suo primo collasso si ripeterono poi nel giorno della sua morte.

Il 20 luglio 1973, Lee era ad Hong Kong, doveva cenare con l’attore George Lazenby, con il quale intendeva fare un film. D’accordo con sua moglie Linda, Bruce incontrò il produttore alle 14.00 a casa per discutere riguardo al film Game of death. Lavorarono fino alle 16.00 e poi andarono insieme a casa della collaboratrice di Lee, Betty Ting Pei, un’attrice taiwanese. I tre controllarono la sceneggiatura a casa di Pei, e dopo un po’ Chow se ne andò per un appuntamento a cena.

Poco tempo dopo, Bruce si lamentò per un mal di testa, e Ting Pei gli diede un potente analgesico, ora proibito, l'Equagesic, contenente sia aspirina che rilassante per i muscoli. Alle 19.30 circa Bruce andò a fare una pennichella. Dopo, Bruce non comparì per la cena. Chow arrivò nell’appartamento ma non riuscì a svegliarlo. Fu convocato un dottore, che passò dieci minuti a cercare di rianimarlo, prima che fosse poi portato con l’ambulanza al Queen Elizabeth Ospital. Tuttavia, Bruce morì prima di raggiungere l’ospedale. Non c’erano ferite esterne visibili; tuttavia, il suo cervello si gonfiò considerevolmente, da 1400 g a 1575 g (un aumento del 13%). Bruce aveva solo 32 anni. Le uniche due sostanze trovate durante l’autopsia furono l’Equagesic e della cannabis. Il 15 ottobre 2005 Chow dichiarò che Lee morì per ipersensibilità al rilassante del muscolo contenuto nell’Equagesic (meprobamato), un ingrediente comune negli antidolorifici. Quando i dottori annunciarono ufficialmente la morte di Bruce Lee, fu dichiarata “morte accidentale”.

Un’altra teoria, non ufficiale, dice che Bruce morì per una reazione della combinazione Equagesic-cannabis, all’epoca consumata sottoforma di hashish. Nonostante la teoria sia discussa, essa è supportata sia da Don Langford (medico personale di Lee in Hong Kong) che da Peter Wu (il capo neurochirurgo che salvò Lee dal primo collasso). Il dottor Wu suggerì che, come conclusione del referto ufficiale sulla morte Lee, dovesse essere evidenziata l’ipersensibilità del paziente a quel farmaco o all’hashish, e che il ruolo della cannabis non può interamente essere escluso. Ad aiutare la teoria di Wu fu il fatto che, durante il primo collasso, nel corpo di Bruce non c’era Equagesic. Doveva essere noto che, in medicina, l'uso di cannabis è ammesso come antinfiammatorio, seppur in razioni limitate, in opposizione alla causa ufficiale della morte di Bruce, il gonfiore del cervello. Tuttavia, i dettagli esatti della morte di Lee sono ancora discussi. Lo stato da icona e la morte inusuale di Lee in giovane età condusse diverse persone a sviluppare le più fantasiose teorie sulla sua misteriosa morte.

Dopo la morte di suo marito, Linda tornò nella sua città natale, Seattle, e seppellì suo marito nel lotto 276 del cimitero di Lakewiew. Suo figlio Brandon è sepolto vicino a lui. Tra i portatori della bara, al suo funerale, c’erano Steve McQueen, James Coburn, Chuck Norris, Dan Inosanto, Taky Kimura, Peter Chin e suo fratello, Robert Lee.
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:16 PM
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ALTRE BIOS
Vero e proprio mito dell'arte del Kung-fu, Bruce Lee nasce il 27 novembre 1940, a San Francisco, nel Jackson Street Hospital di Chinatown. Alla sua nascita, il padre Lee Hoi Chuen, attore assai conosciuto a Hong Kong, è in tournèe in America, seguito dalla moglie, Grace, di origine tedesca e di tradizione cattolica. I due, estremamente nostalgici e desiderosi di tornare una volta per tutte in Cina senza dover più viaggiare, chiamano il piccolo Lee Jun Fan, che in cinese significa proprio "colui che torna".
Quarto di cinque figli, già da piccolo si meritò il soprannome di "mo si tung", "quello che non sta mai fermo", anche se pare che per placarlo bastasse mettergli in mano qualche libro.

Quella di Bruce Lee che legge è senza dubbio un'immagine curiosa ma se dobbiamo prestare fede alle memorie della moglie, Linda Lee, questo è solo un pregiudizio.
In un'opera dedicata alla vita del marito, infatti, la signora ha affermato che "ricco o povero, Bruce ha sempre collezionato libri", per non parlare della sua laurea in Filosofia conseguita da adulto.
D'altronde Bruce fu senza dubbio un ragazzino assai sveglio e intelligente, anche se agitato e poco giudizioso.
Dopo aver frequentato la scuola elementare cinese si iscrive al La Salle College ed è proprio qui che matura la sua decisione di dedicarsi approfonditamente alla pratica, e allo studio, delle arti marziali. Un cambiamento non da poco se si pensa che certamente Bruce praticava il Kung-fu (con lo stile Wing-Chun), ma che la maggior parte del suo tempo fin ad allora la dedicava allo studio della danza.

L'origine di questa decisione sembra sia da ricercare nelle banali risse che scoppiavano fuori dalla scuola, originate soprattutto dal cattivo sangue circolante fra i ragazzi cinesi e quelli inglesi, percepiti come invasori (Hong Kong, al tempo, era ancora una colonia britannica).
Si iscrive allora alla scuola di Wing Chun del famoso maestro Yp Man, diventando uno degli allievi più assidui.
Alla scuola di Yp Man oltre alle tecniche fisiche venne a conoscenza del pensiero taoista e delle filosofie di Buddha, Confucio, Lao Tzu e di altri maestri.

Accade che alla sua scuola viene lanciata una sfida da parte della Choy Lee Fu School: i due gruppi si incontrano sul tetto di una palazzina, nel quartiere di Resettlement e quella che doveva essere una serie di confronti a due si trasforma presto in una rissa furiosa.
Quando un allievo dell'altra scuola procura un occhio nero a Bruce, il futuro re del Kung-fu reagisce ferocemente e, in preda alla rabbia, lo ferisce seriamente al volto. I genitori del ragazzo lo denunciano e Bruce, che allora aveva solo diciotto anni, su consiglio della madre parte per gli Stati Uniti.

Anche negli States si trova sovente coinvolto in risse, più che altro causate dal colore della sua pelle; probabilmente in queste situazioni inizia a rendersi conto dei limiti del Wing Chun.

Trasferitosi a Seattle lavora come cameriere in un ristorante; completa gli studi liceali all'Edison Tecnical School e, in seguito, ottiene la già ricordata specializzazione in Filosofia alla Washington University.
Non gli è difficile radunare attorno a sè amici o curiosi interessati alla sua arte particolare, il Kung fu, che allora era veramente semi-sconosciuta al di fuori delle comunità cinesi.
Il suo primo obiettivo è quello di diffondere l'arte in tutti gli Stati Uniti.
In seguito, per motivi particolari abbandonerà il progetto, anzi chiuderà tutte e tre le succursali della sua scuola "Jun Fan Gong Fu Institute" (le altre due erano dirette da Dan Inosanto, a Los Angeles, e J. Yimm Lee, a Oakland).

Trasferitosi in California nel 1964 approfondisce il suo studio rivolgendo la sua attenzione ad altre discipline, come il Kali (con il suo amico ed allievo Dan Inosanto), il Judo, il Pugilato, la Lotta libera, il Karate e altri stili di Kung fu.

Con il tempo colleziona un'immensa biblioteca contenente volumi su ogni genere di stile e su ogni tipo di arma.

Sempre del 1964 è la sua famosa esibizione, in occasione degli Internazionali di Karate di Long Beach, ai quali interviene su invito di Ed Parker.
Dalla sintesi, o sarebbe meglio dire, dall'elaborazione di tutti questi studi, nasce il suo Jeet Kune Do, "la via per intercettare il pugno".

Il 17 Agosto del 1964 sposa Linda Emery che, nel Febbraio del 1965 gli dà il suo primo figlio, Brandon (sul set del film "Il Corvo" in circostanze misteriose, Brandon Lee morirà in giovane età, come il padre).

In questo periodo Bruce Lee vince una serie di tornei attirando curiosamente l'attenzione di molti registi. A Los Angeles Bruce Lee comincia la sua carriera di attore recitando nella popolare serie televisiva "The green hornet" e, tra le riprese delle puntate e la nascita della seconda figlia Shannon, trova anche il tempo di insegnare regolarmente Kung-fu. Una "mania" che contagiò anche alcuni attori famosi, disposti a tutto pur di prendere lezioni da lui.
In quegli anni dà alle stampe il primo dei libri sulla sua nuova arte, con l'intento sempre nobile di diffondere gli importanti fondamenti spirituali provenienti dall'oriente.

Ma è la carriera cinematografica quella che lo porta alle stelle. Bruce Lee, prima di morire in modo inaspettato prima di concludere l'ultima pellicola, recita in non meno di venticinque film e serie televisive, tutti entrati più o meno a far parte dell'immaginario collettivo.
Dal mitico "Dalla Cina con furore", a "L'urlo di Chen terrorizza l'Occidente", da "I 3 dell'operazione Drago" fino al drammatico titolo postumo, in cui furono usate controfigure per terminare le scene non girate da Bruce "L'ultimo conbattimento di Chen".

Bruce Lee scompare il 20 luglio 1973 lasciando il mondo attonito. Nessuno riesce ancora a spiegare le ragioni di quella drammatica morte. C'è chi sostiene che sia stato ucciso da maestri tradizionalisti, da sempre contrari alla diffusione del Kung-fu in Occidente (della stessa opinione, dicono i bene informati, era la mafia cinese, altra entità presunta responsabile), chi invece crede che sia stato eliminato da produttori cinematografici che non avevano ottenuto il suo consenso per alcune sceneggiature a lui proposte.

La versione ufficiale parla di una reazione allergica ad un componente di un farmaco, l'"Equagesic", da lui utilizzato per curare l'emicrania. Ad ogni buon conto, con lui è scomparso un mito adorato dalle folle, un uomo che attraverso l'apparente violenza dei suoi film è riuscito a trasmettere l'immagine di uomo duro ma profondamente sensibile e perfino timido.

L'enorme uso che Hollywood, dopo di lui, ha fatto e continua a fare delle arti marziali e il mistero della sua scomparsa fanno si che la sua leggenda rimanga viva tutt'oggi.

Uno degli ultimi esempi lo si riscontra nel film di Quentin Tarantino, "Kill Bill"(2003), zeppo di scene riprese pari pari dai film del "Drago" (senza contare la tuta gialla di Uma Thurman che richiama l'analoga tuta di Bruce Lee).

Al suo funerale, ad Hong Kong, partecipò una folla immensa; una seconda funzione in forma privata ebbe luogo a Seattle dove è sepolto, al Lakeview Cemetery.
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:16 PM
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OMAGGIO A BRUCE LEE

Bruce Lee
ovvero
Li Xiaolong
ovvero
il Piccolo Drago

Bruce Lee è nato nell'ospedale cinese di San Francisco il 27 Novembre 1940. Fu chiamato Li Jun-Fan, un nome cinese da donna, per ingannare il demone che portava via i figli alle famiglie. Suo padre Li Haijuan, era un famoso attore dell'Opera Cantonese. Sua madre, Grace Li, era una euroasiatica di religione cattolica. Il suo nome subì di nuovo un'evoluzione, cambiando in LiYuen-Kam; in seguito il nome Bruce fu suggerito alla famiglia da un dottore. Per tutti i suoi fan è e rimarrà sempre Li Xiaolong: Lee PiccoloDrago. Bruce era il quarto di cinque figli: Agnes, Phoebe, Peter e Robert. Fin da piccolo Bruce mostrava le sue doti di attore, interpretando a soli tre mesi il film "Jimmen nu/ Golden Gate Girl". Apparve anche in circa 18 film cantonesi, ma il suo sogno era l'America, dopotutto il suo idolo, James Dean, era nato lì. Si trasferì negli USA nel 1958,dove aprì alcune palestre nelle quali insegnava il suo stile di combattimento, JEET KUNE DO, frutto di anni di studio e di applicazione. Conobbe qui la donna che gli sarebbe rimasto accanto per tutta la sua, purtroppo breve, vita: Linda, la quale gli diede 2 stupendi bambini, Brandon, anche lui scomparso misteriosamente, e Shannon. Interpretò una nota serie televisiva conosciuta con il nome di "Green Hornet", nella quale interpretava Kato il fedele servitore del Calabrone Verde. Partecipò anche alla serie "LongStreet", dove insegnava al detective cieco (James Franciscus) a difendersi, senza dover ricorrere alla vista. Ebbe anche una particina nel film "L'investigtore Marlowe" di Paul Bogart. Il successo arrivò negli anni '70, quando tornò ad Hong Kong a girare "Il furore della Cina colpisce ancora". Nel '72 girò "Dalla Cina con furore", e "L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente". Nel '73 venne il film che gli rese fama mondiale "I tre dell'operazione drago", prodotto dalla Warner Bros. Purtroppo proprio ora che era giunto il successo che aveva tanto atteso scomparve. Mentre stava progettando un nuovo film, "The game of death", cadde e non si svegliò più: era il 20 Luglio 1973, aveva 32 anni. Le cause della morte sono ancora oggi sconosciute, c'è chi sostiene che abbia avuto un'emorragia cerebrale, chi ha cercato in qualche modo di infangare il suo nome attribuendogli morti non vere; comunque noi dobbiamo ricordarlo per il grande uomo che era e per essere stato l'unico capace di rivoluzionare il mondo delle arti marziali. Resta ancor oggi il più grande divo marziale mai apparso sullo schermo. Era alto 171.4 cm e pesava 63.5 kg: un grande drago in un piccolo corpo.

Stili studiati da Bruce Lee: Kung Fu Wing Chun (Yip Man) Tai Chi Chuan Kung Fu Hong-Quan (pseudomino "Sifu Tam") Tae-Kwon-Do (Sifu coreano Jhoon Rhee) Kali (Dal filippino Dan Inosanto) Judo (Takyu Kimura) Karate (Jess Glover) Kung fu Jit Kuen (Siu Hon San) Escrima (rudimenti)
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:17 PM
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PARLA SERGIO MARTINO (REGISTA) Proprio in quella stagione cinematografica l'Europa e l'Italia furono invase dal filone dei film cinesi sul Karatè.
Nell'estate dell'anno precedente, realizzai un mio film thriller, prodotto da Carlo Ponti, con il titolo italiano de: I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE, che ottenne un ottimo successo di pubblico.
Per i mercati esteri si scelse un titolo diverso "THORSO" e con questo titolo, è sicuramente più conosciuto nel mondo, in quanto il film ebbe un grande successo anche in America.
Il produttore esecutivo era Tonino Cervi, purtroppo recentemente scomparso.

Qualche tempo dopo, l'uscita del film, Tonino Cervi suggerì a Ponti di fare un altro film con la mia regìa, proponendo una storia, scritta da lui, dall'atmosfera esotica e con un personaggio precursore di INDIANA JONES. Ponti accettò l'idea e pensò ad Hong Kong ed ai divi del karatè.
Il progetto con pochi cambiamenti si sarebbe potuto adattare alla caratteristiche di Bruce Lee, che cominciava ad essere conosciuto anche in Italia sulla scia dei suoi films: in verità il film del genere, di maggior successo in Italia, era interpretato da un altro attore, meno bello di lui, (di cui non ricordo il nome, né tantomeno il titolo del film). [LO LIEH in 'Cinque Dita di Violenza' = 'The Five Fingers of Death']

Carlo Ponti telefonò al suo amico Run Run Shaw, grande magnate del cinema orientale, uno dei due fratelli della "SHAW BROTHERS" con studios a Hong Kong e Singapore, che subito si rese disponibile all'idea di coprodurre il film ed in poche ore io e Tonino volammo ad Hong Kong.
Ricordo quel viaggio come una esperienza goliardica, più che professionale.
Tonino era una persona molto allegra e gioviale, pronto agli scherzi e alla battuta ironica. Un compagno di viaggio veramente gradevolissimo.
Il lavoro in questi trent'anni ci ha spesso portati in strade diverse, ma quando abbiamo avuto l'occasione di rincontrarci, anche a distanza di tanto tempo, ripercorrevamo allegramente gli episodi di quella esperienza.
Mi dispiace che non potremo più riderne insieme!

Al nostro arrivo ad Hong Kong, trovammo una Rolls Royce bianca, con autista, messaci a disposizione del produttore cinese.
L'incontro con Run Run Shaw avvenne la stessa sera dell'arrivo. Ci invitò in un ristorante molto elegante con spettacolo di danze folcloristiche: fu duro resistere fino a tardi, alle musiche lente ed ai balli allegorici, e soprattutto al torpore procurato dalle sette ore di differenza di fuso orario.

Run Run Shaw era un signore molto distinto ed elegante, riflessivo e misurato. I suoi modi manifestavano una chiara educazione britannica perfettamente miscelata con la pacatezza della cultura cinese. Durante la serata c'informò che avremmo incontrato Bruce Lee il pomeriggio del giorno dopo.
Bruce Lee non faceva più parte della sua "scuderia" di attori: per farcelo incontrare Run Run Shaw dovette chiedere il permesso alla produzione concorrente [Golden Harvest] per il quale ora lavorava.
La Shaw Brothers era ed è un colosso del cinema di Hong Kong e del mondo e capii che forse avrebbe preferito fare il film con uno dei suoi attori emergenti o con l'attore di cui non ricordo il nome, che in quel momento, in Italia, aveva un grande successo. [Lo Lieh]

La mattina successiva facemmo un giro turistico per Kowloon e Hong Kong sempre nella splendida Rolls e con un accompagnatore che ci faceva da "cicerone", in attesa dell'incontro con Bruce fissato per le 14.
Io ero stato già ad Hong Kong nel giugno del '66 per lavoro, nella produzione di un film imitazione degli 007 dal titolo DUELLO NEL MONDO e non conservavo un gran ricordo di quell'esperienza, sia per il gran caldo umido e i tifoni che più volte ci fecero interrompere la lavorazione a Hong Kong e tornare di corsa al nostro albergo a Kowloon: a quei tempi non c'era ancora il tunnel che univa l'isola alla zona di Kawloon, che divideva il protettorato inglese dalla impenetrabile Cina Comunista degli anni della guerra in Vietnam.
Oltretutto a rendere quell'esperienza poco piacevole c'era anche il ricordo della perdita nel viaggio aereo di ritorno in Italia, di alcune scatole di "girato" che ci costrinsero a ricostruire ed a rigirare delle scene a Roma.
Era Aprile, ed Hong Kong aveva ora, un clima bellissimo ed inoltre era stato costruito il tunnel che univa l'isola alla penisola di Kowloon! Le ore della mattinata passarono in alcune visite gradevolissime dell'isola…
Verso mezzogiorno, tuttavia, domandai più volte, al nostro accompagnatore, se non fosse il caso di rientrare a Kowloon per non rischiare di arrivare tardi all'appuntamento: "no problem" mi rispondeva sempre. Arrivammo ovviamente, al luogo dell'appuntamento, con mezz'ora di ritardo. Bruce Lee ci aveva atteso venti minuti e poi se ne era andato, giustamente contrariato! Non fu certo un buon inizio, oltretutto la colpa del ritardo non era nostra, ma ai suoi occhi dovette apparire tale! Per avere un altro appuntamento dovemmo aspettare due o tre giorni.

Fu un pretesto per visitare gli studios dello Shaw Brothers, dove si giravano più films contemporaneamente, utilizzando gli stessi ambienti e gli stessi attori: un vero cinema industriale, tanto lontano dal nostro.
Ammirevoli gli attori che passavano da una scena e l'altra, da un film all'altro, da personaggio a personaggio, senza andare in tilt! Conoscemmo anche su di un set l'attore del film di maggior successo in Italia (quello di cui non ricordo il nome), che si mostrò disponibilissimo ad interpretare la nostra storia, senza porre nessuna condizione. [Lo Lieh]
Il nostro obiettivo era un altro anche se Run Run Shaw, avrebbe voluto insistere sulla sua candidatura, ma la sua educazione glielo impedì.
Nel nostro giro sui vari set, fummo anche invitati da due stars (due avvenenti ragazze peraltro) ad accompagnarle alla prima di un loro film che si svolgeva la stessa sera della nostra visita agli stabilimenti. [??? Maggie Lee Lam Lam in 'The Private Eye' / Prima: giovedí il 12.04.73]
Facemmo un vero bagno di folla, più di cinquemila persone attendevano l'arrivo delle dive fuori dal cinema. Qualcosa d'incredibile e d'inaspettato: l'attrice che si accompagnava a Tonino Cervi era la protagonista e il mio amico si trovò sommerso da un mare di flash, sottobraccio a lei ed alla madre della ragazza, all'ingresso della sala, protetto da molti " bodyguards". La mia accompagnatrice era meno nota e sottoposta a meno attenzioni, ma il suo viso di porcellana non tradiva particolare invidia per l'altra: carpire emozioni ad un orientale non è facile, si sa.

Finalmente l'incontro con Bruce Lee, in un ufficio del suo manager. Un ambiente con poca luce (non ricordo finestre) e con il rumore assordante di un vecchio condizionatore d'aria. Arrivammo per primi questa volta. Ci sedemmo su un divano e dopo pochi minuti arrivo Bruce: non mi dette neanche il tempo di alzarmi per salutarlo. Qualcuno m'indicò e lui venne subito vicino a me e con un sorriso che definirei aggressivo, mi disse:
"are you the director ?"
Risposi un timido: "yes".
Gli porsi la mano che lui strinse e poi tirandosi su la Tshirt me la spinse sul suo stomaco, invitandomi a percorrere con il mio dito i suoi addominali d'acciaio.
Cominciò ad informarmi sulle sue capacità di forza e di precisione, la sua rapidità di portare colpi micidiali prima ancora che il suo avversario se ne rendesse conto.
Aprì la porta dell'ufficio e mi disse:
"Se vuoi incastro una monetina tra il montante e la porta, all'angolo alto, e con un salto la centro con il mio piede micidiale, spezzandola in due." Non osai mettere in dubbio le sue affermazioni. Pensai di trovarmi di fronte ad un personaggio molto simile a Cassius Clay o meglio Mohamed Alì. La stessa spavalderia e lo stesso senso ironico della vita.
Era stato a lungo a Los Angeles ed era stato l'istruttore di Arti Marziali di Steve Mc Queen, l'attore più pagato e più noto di quegli anni, prima di rientrare a Hong Kong e avere successo nel cinema.

Successo e notorietà che toccai con mano poco dopo, quando con la Rolls, ci recammo in un lussuoso albergo (credo l'Hilton) dove nel ristorante del Penthause ci aspettava Run Run Shaw per una colazione di lavoro.
Sotto l'albergo, Bruce fu subito riconosciuto da un gruppo di ragazzine cinesi che lo sommersero di richieste di baci e autografi: in pochi minuti il gruppo si centuplicò e riuscimmo ad entrare nella hall grazie ai Securities dell' Hilton.
Bruce Lee era vegetariano e non beveva alcolici e Tonino ed io, dopo molti giorni di splendida e raffinata cucina cinese facemmo fatica a non abusare dell'altrettanta splendida e raffinata cucina occidentale della terrazza panoramica dell'albergo.
Run Run Shaw era molto gentile e affabile con il suo ospite che a sua volta mostrava molto interesse al racconto della nostra storia del film e soprattutto alla possibilità che, attraverso Ponti, potesse essere distribuito in U.S.A.
Ovviamente non si parlò di compensi e si rimandò la trattativa economica, causa gli impegni del suo avvocato, alla prossima domenica, visto che noi non potevamo ritardare oltre il nostro ritorno in Italia.
Run Run Shaw avrebbe preferito stabilire l'appuntamento nei suoi uffici o nella sua villa, visto la necessità di utilizzare la giornata festiva, ma Bruce preferì programmarla nella villa del suo avvocato.

La sera di quel giorno, Run Run Shaw, il nostro gentilissimo ospite, c'invitò nella sua splendida villa che dominava la baia di Hong Kong, per una cena cinese veramente raffinata servita in piatti e coppe d'argento, in presenza di una bella figlia, di altri eleganti ospiti e di altre belle signore.
Confesso che la poca dimestichezza con l'uso delle bacchette cinesi per mangiare si acuì con il pregio dei piatti e delle posate, ma alla fine me la cavai abbastanza bene.
Dopo la cena, Run Run propose a Tonino di non offrire a Bruce Lee più di 200mila dollari per la partecipazione al film. Riteneva tale offerta più che soddisfacente e che l'attore non avrebbe potuto rifiutarla, oltretutto doveva a lui l'inserimento nel cinema, anche se ora apparteneva al "Team" di un altro produttore.
Tonino, rientrando in albergo, comunicò a Ponti telefonicamente i termini della trattativa (in Italia erano le 4 del pomeriggio) e il nostro "producer" lo autorizzò di arrivare al massimo ad offrire 500mila dollari (allora il cambio con la lira era di 600 lire per un dollaro). Aveva avuto informazioni da Los Angeles del crescente successo dell'attore in tutto il mondo e in particolare sul mercato americano.

Bruce, insieme al suo manager, ci fece strada verso la villa dell'avvocato, in una baia fuori Hong Kong, nella zona dei nuovi territori. [Lo and Lo law firm]
Era molto allegro e brillante. Run Run Shaw ci seguiva nella sua fiammante limousine.
L'avvocato di Bruce Lee aveva un volto molto pallido e paffuto, praticamente un sosia di Peter Lorre: per un attimo pensai di trovarmi in uno di quei bellissimi film in bianco e nero degli anni quaranta. Era gentile e parlava inglese molto lentamente: parlò di Steve Mc Queen, paragonando la potenzialità del suo cliente a quella del divo americano. Disse anche che la grande aspirazione di Bruce era quella di emularlo e alla fine formulò la richiesta per il suo cliente: 2 milioni di dollari!
Lo stesso compenso della star americana di quegli anni.
Run Run Shaw non disse una parola, Tonino non capì immediatamente l'importo della cifra, a causa dell'accento strano dell'avvocato (credeva si trattasse di 100mila dollari) e mostrò una certa soddisfazione. Il film con Bruce si poteva forse fare ad un prezzo inferiore alle aspettative!
Gli sussurrai in italiano che aveva capito male e che la cifra era di due milioni di dollari.
Ci fu un attimo di silenzio e d'imbarazzo, in cui l'avvocato continuava a guardarci con i suoi occhi furbi.
Bruce mi prese sottobraccio e sorridendo mi portò fuori a vedere il panorama di quel posto, indicandomi a poca distanza il confine con la Cina di Mao Tse Thung: noi due non dovevamo discutere di problemi economici.
Seppi più tardi che Tonino offrì cinquecentomila dollari, e sul rifiuto di "Peter Lorre" si riservò una risposta definitiva, dopo il colloquio che avrebbe avuto con Ponti al rientro in Italia.
Run Run Shaw, considerò la richiesta eccessiva, e mi sembrò molto contrariato, forse addirittura offeso dal rifiuto dell'offerta di 500mila dollari da parte dell'avvocato. Non fece tuttavia commenti al riguardo.

Quando ci salutò alla partenza, ci prego di salutare il suo amico Carlo e ci lasciò liberi di decidere di formulare una ulteriore offerta dall'Italia.
Non fu trovato un accordo e il film non si fece.

Tre anni dopo a Los Angeles rimasi sorpreso di veder molti ragazzi con delle magliette con il volto di Bruce Lee, in alcuni dei suoi film più significativi. Era già diventato un mito in tutto il mondo e soprattutto nel tempio del cinema.
Forse sarebbe stato meglio trovare un accordo per quel film, pensai, ma ormai era troppo tardi. [Sergio Martino]

This post has been edited by serpeinculo: Oct 22 2009, 10:40 PM
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:18 PM
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MALISA LONGO


[ GERMAN ]

Malisa, come ha ricevuto in maggio del 1972 il ruolo della 'Italian Beauty' nel film 'The Way of the Dragon'?
ML: Tramite la mia agente. Bruce aveva chiesto di me. Aveva visto una mia fotografia in un giornale. Cercavano una giovane attrice, tipica bellezza mediterranea disposta a spogliarsi. Un ruolo piccolo, ma molto importante, in quanto era l'unico ruolo femminile europeo nel film. Io andai all'appuntamento senza tanto interesse, io avevo fatto tanti film da protagonista e quel piccolo ruolo non mi interessava più di tanto. Bruce Lee era uno sconosciuto. Nessuno era a conoscenza del suo exploit americano.

Quali furono le prime impressioni quando incontrò Bruce Lee?
ML: In principio ho pensato che fosse un presuntuoso. Prima di lui ho dovuto incontrare due volte gli addetti alla produzione cinese. Volevano essere sicuri che io avessi il glamour giusto. Mi raccontarono che Bruce era una grande star ed era il numero uno nelle arti marziali. Poi mi dissero che Bruce mi voleva nel suo film e, dopo aver parlottato animatamente decisero di farmi incontrare con lui. Suppongo che la loro discussione fosse a causa della mia bellezza prorompente, in quanto, per la prima volta, ci sarebbe stata un 'immagine di nudo in un film di Bruce, e avevano paura che la sua 'immagine di danneggiasse.
- La prima volta lo incontrai a via Veneto all' hotel Flora dove abitava (via Veneto è la via famosa per la "dolce vita"). Me lo ricordo come se fosse ieri. Quando mi vide abbassò gli occhi timidamente. La baldanza e la forza carismatica che emanava dallo schermo era totalmente sparita: sembrava indifeso. Forse lo aveva intimidito la mia altezza e la mia procacità. Però avevo capito che gli piacevo. Io lo guardai in silenzio un po' a disagio. Lui sorrise così si ruppe il ghiaccio. Poi abbiamo cominciato a conversare, come vecchi amici , in un inglese, per me abbastanza stentato.

Si ricorda dei momenti divertenti o straordinari al set?
ML: Beh, era un ottimo compagno di lavoro, un grande lavoratore, professionista e perfezionista. Il film non aveva un grosso budget e lui essendo anche il produttore, stava attento alla pur minima cosa e, debbo dire, anche spesa. E poi il programma romano era molto denso. Troppo! Voleva a tutti i costi girare nei posti storicamente più importanti, ma per fare ciò avrebbe dovuto chiedere i vari permessi, alle intendenze monumentali di belle arti, parecchio tempo prima. Perciò alcune scene furono girate senza permessi, come fossimo dei turisti (anche quella del Colosseo) dando una mancia al guardiano, (allora si poteva fare). Debbo dire che la produzione italiana, che lo ha aiutato nelll'organizzazione è stata magnifica, gli risolveva tutti i problemi. Lui però aveva le idee chiare. Era un accentratore. Voleva fare e decidere tutto lui! Naturalmente per avermi più vicino, il piccolo ruolo si era ingrandito ma poi in fase di montaggio purtroppo ha dovuto tagliarlo. Le sequenze erano state giudicate troppo calde.
- Ci frequentavamo anche fuori set. Era nata qualcosa di più di un'amicizia. Ma lui era geloso dei suoi sentimenti e non voleva creare pettegolezzi che potessero ledere la nostra immagine e aveva paura di essere fotografato in situazioni affettuose. In ogni caso non correva nessun pericolo. Io ero abbastanza famosa, come attrice emergente, ma lui non se lo filava nessuno. E quel piccolo cinese non faceva nessuna notizia. Nemmeno da sprecare una fotografia!

Dove sono stato girato le sequenze con Lei e Bruce e quanto tempo avete lavorato insieme a Roma?
ML: Le sequenze di Roma furono girate in giro per la città. Poi al Colosseo (il combattimento con Chuck Norris), a Tivoli, Villa D'Este, ed infine le mie sequenze: a Piazza Navona e all'hotel Flora. Nonostante il piccolo ruolo, il mio impegno con lui fu di circa tre settimane. Voleva avermi sempre a disposizione.

Esistono anche delle immagini di questo periodo?
ML: Purtroppo non esistono mie foto con Bruce in quel periodo. Le uniche che possiedo sono quelle ricavate dai fotogrammi del film.

Bruce era un grande ballerino di cha-cha-cha. E vero che ballavate insieme?
ML: Si è vero era un ottimo ballerino di cha cha cha. Una volta l'ho coinvolto e siamo andati in locale a ballare. Ad un certo punto della serata il disc jockey ha messo un medley di vecchi balli fra i quali il samba, la rumba ed altri. Gli chiesi se voleva ballare ma mi rispose che non gli andava. Allora io andai a ballare sulla pista da sola. Ad un certo punto il medley continuò con un cha-cha-cha. Era un ballo che non conoscevo bene, allora smisi di ballare e ritornai verso il tavolo. Lui si alzò, mi prese per i fianchi e mi guidò verso la pista insegnandomi passi. Fu una piacevole sorpresa era bravissimo. Mi ha insegnato anche ad apprezzare insegnato le delizie della cucina cinese. Mi ricordo che andavamo sempre a mangiare al ristorante la "Giada".

Quando ha visto Bruce Lee per l´ultima volta?
ML: Dopo quel film non lo rividi più. Dopo la sua partenza lo sentii qualche volta al telefono. Ormai era diventato una grande star e stava già entrando nel mito. L'anno successivo, poco prima che morisse, firmai un contratto per tre film d'azione, di copruduzione italo/cinese con dei produttori molto importanti di Hong kong [Shaw Brothers] e si diceva, che in uno di questi film, avrei avuto come partner l'ormai mitico Bruce. D'altronde Bruce aveva già lavorato per loro e con quel regista, all'inizio della sua carriera. Si diceva che dovesse onorare un vecchio contratto. Avrei dovuto cominciare subito dopo l'estate....ma poi ci fu la tragica morte....e tutto andò all'aria.

Come ha saputo della sua morte?
ML: Ero a Roma, me lo comunicò telefonicamente un mio amico cinese Yeo Ban Yee. I giornali in Italia non diedero grande spazio alla sua morte. Cinematograficamente era considerato un personaggio di serie "B"., anche se, per le arti marziali era considerato un mito. Quando seppi della sua morte ebbi una sensazione di disagio, soprattutto quando il mio amico mi raccontò i fatti con la sua inquietante versione.

Cosa pensa oggi di Bruce e come si spiega questo costante interesse nella sua personalità?
ML: Bruce è un mito, dovunque, e a ben ragione. Più nessuno al mondo è riuscito a fare quello che ha fatto lui. Piccolo uomo con una grande forza, esteriore, ma soprattutto interiore. Nessuno è più riuscito a creare questa unicità di stile. Nessuno più di lui è riuscita a dare il siglificato di purezza ad una disciplina a volte brutale. Lui è riuscito a creare una leggenda giocando con quelle "Arti", che per beffardo destino, si chiamano "Arti Marziali" e lo hanno portato alla morte.

Dopo il sucesso di 'The Way of the Dragon' Lei ha ricevuto piu ruoli di prima?
ML: No. Quel film non incise sulla mia carriera. E' vero, "The Way of the Dragon" ['L'urlo di Chen Terrorizza anche L'occidente'] ebbe un grande successo. Soprattutto dopo l'uscita del film "5 DITA DI VIOLENZA" ma erano dei casi legati ad un genere per gli appassionati dei film d'azione. Forse se fossi stata la protagonista, sarebbe stato differente, forse sarei diventata famosa, certamente all'estero. Oltrettutto, sei mesi dopo la morte di Bruce ebbi un grave incidente automobilistico che mi aveva bloccato per alcuni mesi.
Tuttavia ricominciai a lavorare come il solito, ma quel film non mi è certo servito come curriculum.
Peccato!.

Per concludere, quali sono i Suoi progetti attuali e futuri?
ML: Il mio progetto attuale è pubblicare il mio secondo libro "Ali bagnate", tratto da una mia esperienza personale in internet. Sto terminando anche un libro di poesie dedicato ad ogni parte del corpo, che si chiama "Il cantico del corpo". Una di queste poesie, e precisamente "Labbra", è già in rete si può leggere nel mio sito. Per il futuro ho altri progetti come scrittrice, e, se capita un buon ruolo, perchè no?, anche come attrice.

Sidekik

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kowloon
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intervista
Per tracciare un profilo di Bruce Lee,l’eroe cinematografico del Kung Fu,è interessante riportare alcuni brani di un’intervista effettuata in California nell’agosto del 1965, negli studi televisivi della TC Fox.

“Il mio nome è Bruce Lee, sono nato a San Francisco il 27 novembre 1940 e ho iniziato a lavorare nel cinema di Hong Kong a 6 anni. Nel 1958 sono venuto in America a studiare Filosofia. Il mio nome cinese è Li Jun Fam, ma sin da piccolo ho avuto il soprannome di Piccolo Drago Li”.

Lei sostiene che il karate o il Judo non sono le migliori arti marziali orientali. Voglio perciò domandarle quale ritiene lo sia.

“Personalmente, ritengo il Kun Fu (Bruce preferiva la pronuncia cantonese Gung Fu a quella della Cina del nord, Kung Fu) un’arte marziale molto fine ed efficace. Questo stile lo si può considerare come un precursore del Judo e del Karate, ma più perfetto di tali metodi, La natura del Gung Fu è di per se ricca di fluidità e di continuo movimento: non t fermi dopo aver ultimato un’azione. Per far capire meglio il mio concetto posso dire che il Gung Fu è come l’acqua. Perché l’acqua è l’elemento più cedevole e delicato del mondo, ma può infilarsi ovunque. Possiamo prenderla a pugni, o sguazzarci senza farci male: se la versi in un bicchiere o in una tazza, si modella come il bicchiere o la tazza. Noi studenti del Gung Fu teniamo bene a mente questo principio: essere morbidi e liberi come l’acqua e reagire appropriatamente”.

Che differenza esiste fra un pugno di Karate e uno di Gung Fu?

“Il primo è come un colpo di bastone. Invece, un colpo di Gung Fu è paragonabile a una frustata con una catena che abbia attaccata, all’altra estremità una palla di ferro”.

Lei sostiene che il Judo fa un uso sovrabbondante di rituali, movimenti e prese, mentre la sua arte è più semplice e diretta. Un esempio?

“Il Gung Fu è diverso: se un uomo vi blocca dietro, esso vi insegna come liberarvi semplicemente pestando il suo piede col tallone. Naturalmente potete anche imparare tutte quelle belle tecniche di Judo che si leggono sui libri, e poi magari fare una bella figura mostrandole agli amici. Ma il combattimento reale è un’altra cosa. Il Gung Fu insegna come affrontare i problemi nel modo più diretto, semplice ed efficace”.

Bene! Dopo quanto ci ha detto, saremmo curiosi di vedere qualche altro esempio.

“Di solito il Gung Fu lo si può praticare da soli. Esso trae origine in gran parte dal movimento degli animali: questa è la Gru! (imitando il maestoso planare di una gru al suolo seguito da una serie di movimenti di grande fascino)… E questa è la tigre… Il primo movimento imita l’incedere della tigre, e tu puoi usare le tue dita ad artiglio per attaccare il volto del nemico…”

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Lo Stretching di Bruce Lee

- Raggiungere l'elasticità di Bruce Lee -



Lo stretching è fondamentale in tutte le discipline. Particolarmente nella arti marziali ci permette ad esempio di poter calciare a tutte le distanze e in ogni istante. Ma i motivi per cui ci si allena nella flessibilità sono diversi:



Lo stretching completa la nostra preparazione atletica, infatti insieme alla resistenza muscolare e a quella cardiovascolare ci aiuta nella flessibilità muscolare.

Lo stretching, migliora l'atleta di arti marziale portandolo a maggiori prestazioni e sicurezza rispetto ad un atleta più legato.

Lo stretching riduce notevolmente il rischio di stiramenti muscolari. Infatti chi pratica arti marziali è meno soggetto a stiramenti o traumi poichè esegue sedute costanti di stretching.

Lo stretching è un buon metodo di riscaldamento, infatti se eseguito prima dell'allenamento ci da una maggiore coordinazione muscolare. Inoltre se viene eseguito anche dopo l'allenamento è un buon sistema di recupero.

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kowloon
post Oct 23 2007, 07:23 PM
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VELOCITà
Tipi di velocità:

1. Velocità di percezione. Capacità dell'occhio di cogliere le aperture e di scoraggiare l'avversario confondendolo e frenandolo.

2. Velocità mentale (prontezza di spirito). Capacità della mente di scegliere la mossa giusta per frustrare e contrattaccare l'avversario.

3. Velocità nell'introdurre l'azione. Partenza "economica" dalla posizione corretta e nello stato d'animo adeguato.

4. Velocità di esecuzione. Rapidità di movimento nell'attuazione della mossa scelta. Comporta un'effettiva velocità di contrazione muscolare.

5. Velocità nel cambiare direzione. Capacità di cambiare tattica nel bel mezzo dell'azione. Comporta controllo dell'equilibrio e della forza d'inerzia. (Adotta il picco lo atteggiamento fisico a ginocchia flesse).

Qualità capaci di migliorare la velocità:

1. Mobilità.

2. Scatto, elasticità.

3. Resistenza alla fatica (capacità di sopportazione + ottima forma).

4. Prontezza fisica e vigilanza psichica.

5. Immaginazione e fiuto.

La tensione generalizzata e le contrazioni muscolari non necessarie riducono la velocità e fanno sprecare energia.

Per costruire azioni coordinate, i cosiddetti blocchi, é indispensabile praticare esercizi atti ad accrescere le flessibilità e la destrezza del giuoco di mani e del lavoro di gambe. Molti lottatori non si rendono conto del fatto che la velocità dipende in forte misura dall'economia del movimento (buona forma e buona coordinazione). Quindi l'addestra mento meccanico costante (praticare l'attività) è essenziale. È utile anche un certo grado di stimolazione emozionale.

Boxare con la propria ombra (avversario fantasma) sviluppa in particolare l'agilità e la velocità. Sii sempre presente a te stesso. Pensa continuamente a quel che stai facendo. Immagina di avere davanti il tuo peggiore nemico, se ne hai uno, e dargliele di santa ragione. Cerca di immaginare le mosse che farà e bloccale nello stato d'animo del pugile che si batte in un incontro reale. lì pugilato con la propria ombra migliora il fiato e la velocità, sviluppa la fantasia, fa venire idee, consente di immaginare le mosse cui ricorrere al momento opportuno.

Forma economica e rilassamento accrescono la velocità. Il principiante deve vincere la tendenza naturale a darci troppo dentro, a sprecare energia, a picchiare forte e rapidamente per vincere subito. Quando si sforza di dare il massimo, di far vedere tutto ciò che si sa fare, valuta male le proprie capacità. Ne risulta uno sforzo generico in luogo del necessario sforzo specifico. La tensione generalizzata e le contrazioni muscolari non necessarie fungono da freno e fanno sprecare energia. lì corpo rende di più quando lo si lascia fare, che quando si cerca di guidano. Corre con la velocità che gli è propria il podista che non ha la sensazione che potrebbe correre più in fretta.

I fattori che sviluppano maggiormente la velocità sono:

*il riscaldamento preliminare, che riduce la viscosità e aumenta l'elasticità e la flessibilità adattando l'organismo a un ritmo fisiologico più sostenuto (aumento delle pulsazioni cardiache, dell'irrorazione, della pressione arteriosa e del ritmo respiratorio)

il tono muscolare e la parziale contrazione preliminare,

l'atteggiamento appropriato

la concentrazione

la riduzione della capacità di ricezione degli stimoli, che avvantaggia la velocità di percezione, e la riduzione dei movimenti da essa derivante che favorisce la rapidità dei modelli di reazione.

Se, dopo che il raggio (o l'arco) lungo dell'oscillazione di un lancio o di un colpo sferrato con movimento ellissoidale ha generato un impulso (momento dì forza), il raggio dell'arco viene accorciato bruscamente, la velocità aumenta senza che l'atleta aumenti lo sforzo. Si osserva questo effetto nell'ultima fase del lancio del martello (attrazione), all'arretramento contro la gamba avanzata del battitore nel baseball ecc. Si verifica lo stesso fenomeno (principio dell'accorciamento.del braccio di leva) anche quando si assesta una frustata.

L'azione a modi frusta (o di molla che scatta) del corpo umano proiettato o lanciato è un fenomeno degno di nota.

Tale azione inizia con una spinta delle dita del piede, prosegue con l'estensione delle ginocchia e del tronco seguita dalla rotazione della spalla e dalla proiezione del braccio per culminare nello scatto dell'avambraccio, del polso e delle dita della mano. È tale che ogni segmento aggiunge la propria velocità a quella degli altri. Si sfrutta il principio dell'accorciamento del braccio di leva per accentuare le velocità particolari della frusta (o molla). La rotazione di ogni segmento intorno al proprio fulcro (articolazione) è velocissima, ma ogni segmento viene enormemente accellerato:

- perché ruota intorno a un fulcro già fortemente accelerato.

Quando si lancia una palla, quando l'avambraccio vie ne proiettato di scatto al di là del fulcro (gomito), nel gomito sono presenti tutte le velocità accumulate del corpo. Questo fenomeno si verifica nella maggior parte dei lanci a distanza o con traiettorie curvilinee. Il lottatore colpisce con i piedi; coi piedi fa partire l'impulso, il momento di forza. Un aspetto importante di questa azione di accelerazione multipla è l'introduzione più ritardata possibile dei singoli movimenti, che consente di sfruttare al massimo l'estrema accelerazione del fulcro. Il braccio deve arriva re tanto lontano che i muscoli del torace debbono venire stirati più che estesi. Lo scatto finale del polso viene ritardato il più possibile, ha luogo solo all'ultimo minuto, solo nell'istante che precede immediatamente lo scatto o, nel la lotta, l'impatto. Nel calcio il giocatore che colpisce il pallone prima che tocchi terra fa scattare il ginocchio e il piede all'ultimo momento, quando tocca il pallone o un'ombra prima di toccano. Questa è l'accelerazione dell'ultimo momento, che nel calcio è quella del bloccaggio attraverso il giocatore, nel pugilato quella del pugno attraverso il pugile. Il principio vuole che la massima accelerazione abbia luogo alla fine del contatto. Indipendentemente dalla distanza, la fase più veloce del movimento deve essere l'ultima. Riservare la massima accelerazione al momento del contatto è proficuo, tuttavia questo concetto non deve essere confuso, come spesso avviene, con l'idea che è bene muovere l'intero corpo solo all'ultimo momento, a con tatto avvenuto. Il principio del libero trasferimento della forza d'inerzia (impulso, momento di forza) di tutto il corpo solo all'ultimo istante può essere proficuo solo quando non compromette la velocità della mossa successiva.

La velocità è un fenomeno complesso. Comprende il tempo di coscientizzazione e il tempo di reazione. Più complessa è la situazione cui occorre reagire, più lenta sarà probabilmente la reazione. Da qui l'utilità delle finte.

L'atleta può migliorare la sua velocità imparando a focalizzare l'attenzione e ad assumere atteggiamenti preparatori adeguati. La sua velocità relativa è legata anche al grado di contrazione muscolare che è capace di raggiungere.

Governano la velocità determinati principi fisici: raggio accorciato per azione più rapida, arco più lungo per mag giore impulso, centramento del peso per velocità in rota zione, movimenti sequenziali ma concentrati per moltiplicare la velocità. Il problema che l'atleta deve risolvere a livello individuale è quale tipo di velocità sia più utile al suo metodo di lavoro.

Spesso è più importante il momento in cui il colpo viene portato che non la velocità con cui viene sferrato.



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post Oct 23 2007, 07:24 PM
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POTENZA
La Potenza per Bruce Lee

Risulta precisa soltanto la manovra eseguita dall'atleta che non perde l'equilibrio. La base, il corpo dell'atleta, deve essere tanto forte da rimanere perfettamente bilanciata durante l'azione.

Perché il corpo risulti potente è necessario che al momento giusto ai muscoli in causa arrivino impulsi nervosi capaci di far contrarre un numero di fibre sufficiente a ai muscoli antagonisti impulsi inibitori atti a ridurne la resistenza. Ciò rende ottimali l'efficienza e la forza (potenza).

Quando deve affrontare una situazione che non gli è famigliare l'atleta tende a mobilitare eccessivamente le forze muscolari, a compiere uno sforzo superiore al necessario. E' mancanza di <<conoscienza>> da parte del sistema riflesso neuromuscolare, deputato alla coordinazione.

E' potente non l'atleta forte, ma quello che sa usare la forza con rapidità. Poiché la potenza è il prodotto della forza per la velocità, accresce la propria potenza l'atleta che impara ad eseguire i movimenti rapidamente, anche se la capacità contrattile dei suoi muscoli rimane immutata. Perciò un l'atleta di bassa statura capace di assestare calci e pugni con rapidità può colpire la con la stessa efficienza di un atleta più alto e nerboruto che si muove più lentamente.

Per raggiungere una buona forma l'atleta che si fa muscoli allenandosi coi pesi deve migliorare contemporaneamente la velocità e la flessibilità. Velocità, flessibilità e resistenza nel tempo unite alla forza possono assicurare ottimi risultati nella maggior parte delle discipline. L'atleta privo di queste qualità, che si affida unicamente alla propria forza, è simile al toro che insegue il matador senza successo nonostante la sua poderosa forza, assomiglia a un autocarro che da la caccia ad un coniglio.
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:24 PM
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Lettera di Bruce Lee:

" Questa lettera è difficile da comprendere. Ci sono tutti i miei modi di pensare. Forse ti sembrerà sconclusionata perché è difficile mettere per iscritto esattamente ciò che sento.

Ci sono due modi per guadagnarsi da vivere. Uno è il duro lavoro e l'altro l'immaginazione( che richiede comunque fatica, è ovvio). E' un dato di fatto che il lavoro e il risparmio producono una certa prosperità, ma la fortuna, nel senso di ricchezza, è il premio per l'uomo che riesce a escogitare qualcosa che non era mai stato pensato prima. In ogni industria in ogni campo professionale, le idee sono ciò che l'America cerca. Le idee hanno reso l'America ciò che è, e una buona idea permette ad un uomo di diventare ciò che vuole.

Il Kung-Fu è parte della mia vita.

Questa arte ha influito fortemente sulla formazione del mio carattere e delle mie idee. Pratico il Kung Fu come una cultura fisica, una forma di allenamento mentale, un metodo di autodifesa e uno stile di vita. Il Kung Fu è la migliore tra le arti marziali, eppure il Judo e il Karate, semplici derivazioni del Kung Fu, sono le più diffusa negli Stati Uniti. Questo perché nessuno ha mai sentito parlare dell'arte suprema e inoltre non ci sono istruttori validi.

Il mio obiettivo è di fondare un primo istituto di Kung Fu che in seguito possa avere delle succursali in ogni parte degli Stati Uniti. (Ho stabilito un massimo di 10-15 anni per portare completamente a termine il progetto). La ragione che mi spinge a questo non è solamente fare soldi. I motivi sono tanti tra questi: mi attrae l'idea di far conoscere al mondo la grandezza di quest'arte cinese; mi piace insegnare aiutare la gente; desidero avere una vita agiata per farmi una famiglia; voglio dare origina a qualcosa; e in ultimo, ma una delle ragioni più importanti, è che il Kung Fu è parte di me.

Io so che la mia idea è giusta e che quindi i risultati saranno soddisfacenti. Non mi preoccupo molto dei guadagni, ma la maniera in cui mettere in moto tutta questa macchina. Il mio impegno sarà la misura della mia ricompensa e del mio successo. Ora non possiedo altro che un piccolo locale in uno scantinato, ma una volta che la mia immaginazione si scatena, riesco a vedere, dipinto sulla tela della mia mente, il quadro di un grande istituto di Kung Fu di cinque o sei piani, con succursali in tutti gli stati."

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kowloon
post Oct 23 2007, 07:25 PM
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Bruce lee credeva che ogni giorno ci si presenta un’opportunità unica per migliorarsi. Ogni nuovo giorno porta con se le possibilità di renderci migliori di quello che eravamo il giorno prima.

Diceva:

“ A dire il vero, ogni giorno nasconde una nuova rivelazione o una nuova scoperta che posso raggiungere”


Per quanto riguarda gli aspetti della persona, sotto il profilo mentale o spirituale, Bruce Lee sosteneva che esiste nella crescita personale una capacità di sfidare l’infinito e di fatto questo è quello che precisamente aveva in mente quando coniò questa frase “Non avere limite come limite”, che è la pietra miliare della sua filosofia, fino al punto da essere parte del suo logotipo (in caratteri cinesi intorno alle frecce che circondano lo Yin-Yang). Bruce si sforzò ogni giorno di migliorare ogni aspetto prima mensionato. Per esempio il nostro processo quotidiano potrebbe essere un livello puramente fisico, nel senso di riuscire a realizzare qualcosa con il nostro corpo che prima non eravamo capaci di raggiungere. Come potrebbe essere, ad esempio, effettuare un certo tipo di calcio alto o in giro o dare una maggiore potenza al pugno utilizzando i fianchi e i muscoli delle spalle. O ancor meglio potrebbe essere riuscire a guadagnare attributi come potenza o flessibilità, perdita di peso ecc… Sotto il profilo mentale riusciamo ad ottenere considerevoli miglioramenti, a livelli più o meno alti, semplicemente ricordando le sequenze o i nomi delle tecniche,o addentrandoci nel terreno della nutrizione,della storia delle arti marziali o nella realizzazione di film di azione.Le materie di studio a cui le arti marziali ti possono condurre sono infinite.Però quello che lui sottolineava maggiormente era che il miglioramento in uno qualsiasi di questi campi ci porta a metterci in contatto con un tipo di conoscenza che risiede già dentro di noi: in noi si cela un “artista” della vita, che per motivi di condizionamento o classificazione sociale giace in letargo. Questo è il mondo al quale Bruce Lee si riferiva quando parlava di regno spirituale: scoprire qualcosa che risiede negli strati più profondi dell’essere umano. Una delle frasi più ripetute da Bruce nelle sue interviste era:

“Dopo tutto, qualsiasi tipo di conoscenza implica una conoscenza di se stessi”.

Un’altra sua massima era “Il sapere non è sufficiente, dobbiamo applicarlo.Il volere non è sufficiente, dobbiamo fare” (simile al detto popolare “fatti e non parole”).

Fedele a questa massima Bruce Lee si svegliava sempre con una forte smania di spremere ad ogni giorno il succo di tutto quello che gli poteva offrire. Così un giorno di 30 anni fa era indaffarato per raggiungere la perfezione.

In questa rubrica vi presentiamo il sunto di 4 pagine della sua agenda personale, che si riferiscono a mese di gennaio del 1968, per rendervi partecipi di quello che faceva Bruce Lee ogni giorno.Il suo obbiettivo era quello di diventare il più forte, il più veloce, il più flessibile e usare l’ossigeno (capacità aerobica) nel modo più efficiente.

Qui di seguito è riportato la traduzione delle pagine del suo diario personale, che rivelano fino a che punto questo “superuomo“ poteva dedicarsi a raggiungere quello che si era prefissato come scopo in determinati periodi della sua vita.



Martedì 16 gennaio 1968

10 a.m. 500 pugni

11 a.m. addominali:

a) elevazioni laterali (obliqui) – 5 serie

(IMG:style_emoticons/darkskins/cool.gif) elevazioni gambe – 5 serie

c) addominali – 5 serie

12 p.m. Avambraccio/polso (isometrici)

3:45 p.m. Correre

4:30 p.m. guardie (posizioni)

esercizi isomatrici da seduto 2 serie

500 pugni

350 jab di dita

esercizi isomatrici da seduto 2 serie

9:30 p.m. allenamento al sacco da boxe (overhand) clicca qui per acquistare il sacco

500 pugni al sacco



Mercoledì 17 gennaio 1968

10:55 a 12:05 a.m. Flessibilità alla sbarra (di fronte e di lato)

esercizi per la braccia alla macchina

addominali e salto con la corda –4 serie

12:15 p.m. Addominali

a) elevazioni frontali – 5 serie

(IMG:style_emoticons/darkskins/cool.gif) elevazioni laterali (obliqui) – 5 serie

c) addominali – 5 serie

1:45 p.m. 400 pugni (con le nocche centrali)

jab di dita – 4 serie

avambraccio/polso (isometrici)

Guardie (posizioni)

Esercizi isomatrici da seduto

2:40 p.m. Esercizi isometrici da seduto – 2 serie

3:30 p.m. Corsa

7.30 p.m. Seduta fotografica alla palestra di Chinatown con Ted Wong e Dan Ionosanto



Giovedì 18 gennaio 1968

11:00 a.m. a 12:40 p.m.

1) addominali 5 serie

2) elevazioni laterali (obliqui) – 5 serie

3) elevazioni frontale – 5 serie

salto con la corda – 5 serie clicca qui per acquiatare la corda

sacco leggero (uno due) – 3 serie

sacco pesante (overhand) – 3 serie

3:20 p.m. Esercizi isometrici da seduto. Avambraccio/polso (isometrici) guardie (posizioni). Esercizi isometrici da seduto

3:45 p.m. Corsa (per riposare le nocche per un giorno)

5:30 p.m. Allenamento di Kung Fu



Venerdì 19 Gennaio 1968

11:00 500 pugni

9:00 p.m. Addominali

a) elevazione laterale (obliqui) – 5 serie

(IMG:style_emoticons/darkskins/cool.gif) elevazione frontale – 5 serie

c) addominali – 5 serie

Avambraccio/polso isometrici

Guardie (posizioni)

Esercizi isometrici da seduto 2 serie

Allungamenti delle gambe alla sbarra

1) frontali

2) laterali

3) con le ginocchia all’esterno

Supplemento di 500 pugni. Totale 1000 pugni





Allenamenti come i precedenti erano normali nei diari di Bruce Lee e gli insegnarono molto sulle potenzialità del suo fisico. Scrivendo questi orari nel suo diario, Bruce era capace di avere una completa statistica del suo continuo “viaggio nelle arti marziali” il cui obbiettivo era lo sviluppo della sua persona in tre livelli, fisico, mentale e spirituale. Ogni livello che riusciva a superare, gli serviva non solo come limite ma anche come un trampolino dal quale spingersi fino a quote più alte. Ogni allenamento registrato nel suo diario serviva come prova del livello raggiunto fino a quel momento, per poterlo superare in futuro.

Come lui stesso diceva:

“ se ti abitui a mettere dei limiti a quello che fai, fisicamente o in qualsiasi altro livello, questo si ripercuoterà in tutte le tue azioni per il resto della tua vita. Si propagherà nel tuo lavoro, nella tua morale, nel tuo essere in generale. Non ci sono limiti. Ci sono fasi, ma non devi rimanere ancorato ad esse, bisogna superarle… L’uomo deve costantemente superare i suoi limiti”

Come in qualsiasi lungo viaggio in cui non si ha a disposizione una cartina che indichi il cammino, Bruce Lee si rese conto che, per non perdersi nella curva sbagliata, doveva evitare di commettere gli errori gli errori due volte. Per ottenere ciò doveva documentare i propri metodi di allenamento, studiando i dati del suo diario, cercando progressi o mancanze e infine imparando a interpretare e utilizzare tutte queste informazioni per poter migliorare i suoi metodi di allenamento (o lasciare i vecchi e iniziare altri totalmente nuovi) per poter così raggiungere il suo scopo.

A tale proposito diceva:

“Se Tu sei arrivato a dominare un sistema di Kung Fu (ne senso cinese della parola “tempo-sforzo”dopo averlo dominato, devi abbandonarlo e incamminarti su di un livello superiore. Non aggrapparti a quello che hai. E’ come una chiatta su cui attraversi un fiume. Una volta raggiunta l’altra sponda, non mettertela sulle spalle, semplicemente vai avanti”…
Articolo tratto dalla rivista "Kung.Fu Magazine"

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post Oct 23 2007, 07:26 PM
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JEET KUNE DO
ragioni di sicurezza la vita, che non ha limiti, viane trasformata in qualcosa di morto, in un modello che ha dei limiti. Per capire il Jeet Kune Do, getta alle ortiche tutti gli schemi, tutti i modelli, tutti gli stili e lo stesso concetto di ciò che non è ideale nel jett Kune Do. Sai definire una situazione senza darle un nome? Definire dare un nome fa paura.

Vedere un situazione semplicemente come essa è, è difficile. Le nostre menti infatti sono molto complesse - mentre è facile insegnare una tecnica, insegnare un atteggiamento interiore è difficile.

Il Jeet Kune Do favorisce l'informalità(ciò che non ha una forma) per poter adottare tutte le forme, e non avendo un suo stile specifico può adottare tutti gli stili. Il JKD si serve di tutti i metodi e non è condizionato da nessuno di essi, si serve di tutte le tecniche (o mezzi) che sono utili al suo corpo. Affronta il JKD con l'idea di dominare la volontà. Non penare di vincere o perdere, dimentica l'orgoglio e la sofferenza. Se il tuo avversario ti scalfisce la pelle, maciullagli la carne e fratturagli le ossa; se ti spezza le ossa togligli la vita. Non pensare a salvarti, poni la tua vita ai suoi piedi. pensare all'esito del combattimento è un grosso errore; non pensare a come finirà, se con la vittoria o con la sconfitta. Lascia che la natura segua il suo corso e i tuoi strumenti colpiranno al momento giusto. Il JKD ci insegna a non guardare indietro. Una volta stabilita la rotta, non voltarti più. Per esso vita e morte sono la stessa cosa.

Il Jeet Kune Do rifugge dal superficiale, penetra nel complesso, va al cuore del problema e ne individua i fattori chiave.

Il Jeet Kune Do non gira attorno alle cose, non prende strade secondarie, va diritto allo scopo. La distanza più breve tra due punti è la semplicità. L'arte del JKD consiste nel semplificare. E' essere se stessi, è la realtà nella sua essenza; ed essenza significa libertà nel vero senso del termine; non lasciarti condizionare da vincoli, limitazioni, parzializazioni, complessità. Il JKD è illuminazione. E' uno stile di vita, significa possedere forza di volontà e controllo delle volontà, però deve essere illuminato dall'intuito. Mentre durante l'allenamento l'allievo deve essere attivo e più dinamico possibile, durante l'incontro esso dev'essere calmo e imperturbabile, deve sentirsi come se non si stesse svolgendo un evento drammatico. Deve comportarsi in modo normale, la sua espressione non deve cambiare, nulla deve rivelare che è impegnato in una lotta mortale. Gli strumenti, sue armi naturali, hanno il duplice scopo: 1) di distruggere l'avversario, annientamento di tutto ciò che ostacola la pace, la giustizia e l'umanità;2)di distruggere i tuoi impulsi dettati dall'istinto di autoconservazione, di distruggere tutto ciò che turba il tuo spirito; non di danneggiare l'avversario, ma di vincere la tua ansia, la tua collera a la tua follia. Il JKD si rivolge contro se stesso. Pugni e calci sono mezzi per uccidere l'ego. Rappresentano la forza dell'immediatezza intuitiva e istintiva, la quale - a differenza dell'intelletto e dell'io complesso - è monolitica e quindi perfetta. I pugni e i calci seguono la via diretta. Quando l'atleta ha il cuore puro e la mente libera i suoi strumenti partecipano in queste qualità e svolgono la loro funzione con la massima libertà. Gli strumenti sono i simboli dello spirito invisibile che governa la mente, il tronco e gli arti.

Vuota la tua coppa affinché possa essere riempita, per partecipare della totalità fa' il vuoto dentro di te.

La sostanziale assenza di una tecnica stereotipata rende liberi e totali. Sono ammessi tutti i movimenti e tutte le traiettorie (linee).

La non-interruzione come base è tipica delle funzioni umane. Fa parte della natura originaria dell'uomo. Quando funziona normalmente, il pensiero non si arresta; pensieri passati, presenti e futuri fluiscono ininterrottamente.

Assenza di pensiero, come dottrina, significa non lasciarsi coinvolgere nel processo ideativo, non lasciarsi influenzare dai fatti esterni, pensare e non pensare.

La sostanza del pensiero è la vera essenza, e il pensiero è la funzione della vera essenza. Pensare all'essenza, definirla col pensiero significa contaminarla, alterarla.Metti a fuoco la mente e mantienila vigile perché possa intuire immediatamente la verità, che è in ogni dove. Libera la mente da abitudini, processi ideativi restrittivi e dallo stesso pensiero ordinario.Gratta via tutta la sporcizia che il tuo essere ha accumulato e metti a nudo la realtà nella sua essenza o nella sua vera identità, il che corrisponde al concetto buddhista di vuoto.

L'arte del Jeet Kune Do consiste nel semplificare.



PRICIPI DEL JEET KUNE DO

1. Rigorosa economia strutturale nell'attacco e nella difesa (attacco: arti avanzati vivi/difesa: mani che trafiggono).

2. Armi versatili, calci e pugni sferrati "con arte senza arte", senza attenersi ai metodi, per evitare parzializazione

3. Ritmo spezzato, mezzo ritmo e ritmo intero o ritmo di trequarti (ritmo del JKD nell'attacco e nel contrattacco)

4. Allenamento coi pesi, allenamento scientifico supplementare e messa a punto completa

5. Movimenti diretti, il "movimento diretto del JKD" in attacchi e contrattacchi sferrati dalla posizione in cui si é(senza modificarla)

6. Tronco mobile e lavoro di gambe disinvolto

7. Materia morbida e tattiche di attacco imprevedibili

8. Corpo a corpo spietato:

a. abbattimento con astuzia

b. atterramento

c. presa stretta

d. immobilizzazione

9. Irrobustimento dell'intero organismo (allenamento totale e allenamento mediante contatto, su bersagli mobili)

10. "Armi" potenti rese aguzze dal continuo "affilamento"

11. Espressione individuale e non produzione di ma sa, vitalità non morta applicazione di regole classiche(comunicazione vera)

12. Oltre ai movimenti fisici, cura la 'continuità dell'io che si esprime'

13. To fa lì fa, non frammentarietà strutturale

14. Rilassamento e insieme potente penetrazione. Ma un rilassamento ricco di elasticità, di scatto, non un corpo fisicamente rilassato. E versatilità mentale

(interiore)

15. Flusso ininterrotto (movimenti rettilinei e curvi-in alto e in basso, verso destra e verso sinistra, passi laterali, oscillazione verticale e circolare del buste,

movimenti circolari con le mani)

16. Atteggiamento ben bilanciato durante il movimento, costantemente. Continuità fra massima tensione e massimo rilassamento.

Tratto dal libro"il Jeet Kune Do. Il libro segreto di Bruce Lee"

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post Oct 23 2007, 07:26 PM
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LE ARTI MARZIALI

Per cogliere l'essenza delle arti marziali occorrono intelligenza, lavoro assiduo e perfetta padronanza delle tec­niche. Per dominare un'arte marziale non sono sufficienti un allenamento intensivo e l'uso della forza. E necessario «capire», e presupposto della comprensione è lo studio del­lo sviluppo del movimento naturale in tutti gli esseri viven­ti. Ma è utile anche osservare gli altri, i modi e la rapidità con cui agiscono e i loro lati deboli. Anzi, proprio la cono­scenza di questi elementi ci consente di battere i nostri avversari.

NELLE ARTI MARZIALI LA COSA PRINCIPALE
E' CAPIRE LE TECNICHE

Per capire le tecniche è necessario tener presente che esse consistono di numerosi movimenti condensati. All'i­nizio essi possono apparire goffi, sgraziati, ma quando co­minci ad apprenderli scopri che in realtà goffi non sono, perché una buona tecnica comprende rapidi cambiamen­ti, grande varietà e grande velocità. Può essere un siste­ma di alterne vicende paragonabile al concetto di Dio e del Diavolo. Nel rapido susseguirsi degli eventi quale dei due avrà la meglio? Quello che si muove con la rapidità del ful­mine? Secondo i Cinesi, sì. Cogli l'essenza delle arti mar­ziali e assorbila fino a farla diventare una seconda natura. Solo così puoi capirla a fondo e puoi avere uno stile tuo, libero, personale. Raggiunto questo traguardo, saprai che non esistono limiti.

GUARDATI DALLE TECNICHE FISICHE

Alcune arti marziali sono molto popolari perché sono belle da vedere, caratterizzate da tecniche fluenti, scorrevoli. Ma attenzione! Sono come un vino che è stato annacquato. E il vino annacquato non è vero vino, non è un vino buono, un prodotto genuino. Altre fanno meno figura, però - come sai - hanno un non-so-che, un tocco di autenticità, il sapore della genui­nità. Sono come le olive. lì loro sapore può essere aspro, dolce-amaro. Ma l'aroma persiste. E impari ad apprezzarle. Mentre nessuno ha mai apprezzato un vino annacquato.

ABILITÀ ACQUISITE E TALENTO INNATO

Alcuni individui possiedono sia il fisico adatto, sia il senso della velocità, sia capacità di resistenza nel tempo, una bella cosa! Ma nelle arti marziali tutto ciò che si apprende è acquisito. L'apprendimento di un'arte marziale è simile all'esperienza del buddhismo. Entrambe vengono interiorizzati. Acquisti la certezza di possedere ciò di cui hai veramente bisogno. E quando ce l'hai, sai che fa parte di te. Fin qui puoi arrivare. Non riesci a capire tutto, non ti arrendere. E man mano che progredirai, conoscerai la vera natura della Via, nella sua semplicità. Sia che frequenti un tempio, sia che frequenti un Knoon, segui la semplice Via della natura, e vivrai una vita che non hai mai conosciuto.

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post Oct 23 2007, 07:28 PM
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post Oct 23 2007, 07:32 PM
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IL GRANDE LORENZO DE LUCA (PARTE 1)
INTERVISTA A LORENZO DE LUCA: L’URLO DI CHEN TERRORIZZA ANCORA L’OCCIDENTE
di Giovanni Milizia





Pubblichiamo di seguito un’intervista rilasciata in esclusiva per noi da Lorenzo De Luca, classe 1966, sceneggiatore di pellicole di successo (citiamo tra le tante “Natale sul Nilo” con la coppia Boldi – De Sica), nonché autore di alcuni libri sul cinema di genere veramente interessanti.
Il Nostro racconta con fare molto schietto e appassionato del suo lavoro e ci rende partecipi di una nuova impresa di prossima uscita legata al suo idolo di sempre: Bruce Lee.

G. M.: “Quando e in che modo hai iniziato a muovere i primi passi come sceneggiatore nel mondo del cinema?"

L. D. L.: “Il cinema è una malattia che si contrae da bambini. Io l'ho contratta coi cosiddetti b-movies che vedevo nelle oggi defunte sale romane di periferia.
Benché avessi 7-8 anni, ricordo l'emozione di film come “Il Furore della
Cina colpisce ancora” (“The Big Boss”) o “Con una mano ti rompo con due piedi ti spezzo” (“One-armed Boxer”). Esperienze che, complice l'ingenuità che si ha da bambini, sono rimaste indelebili. Il migliore dei dvd non potrà mai avere la magia del grande schermo!

Da ragazzino vidi anche “Keoma”, il capolavoro western di Enzo G. Castellari, e mi colpì così tanto che diversi anni dopo, quando mi misi in testa di fare
cinema, scrissi una lettera al regista. Era il 1986... la risposta di
Castellari mi arrivò un anno e mezzo dopo! Nel frattempo avevo intervistato,
sempre sul western, il compianto Duccio Tessari e Damiano Damiani. Intervistai pure Enzo e feci il libro: “C'era una volta il Western Italiano”, piccolino, ma credo il primo in Italia sull'argomento. Mi ha fatto molto piacere che, nel 1998, sia uscito quel grosso libro inglese della Glittering, “Spaghetti-Western”, che lo indicava tra le fonti bibliografiche, con tanto di copertina.
Tornando a noi, Enzo rimase colpito non perché volevo fare cinema (in questo non ero diverso da mille altri) quanto dalla mia conoscenza piuttosto vasta (relativamente ai miei venti anni) dell'argomento. Una conoscenza fai-da-te, perché non avevo potuto permettermi studi regolari (al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma se non avevi calci in culo non entravi, e non potevo bivaccare all'Università poiché dovevo lavorare.) Così Castellari mi prese a benvolere e mi instradò nel cinema.

Nel 1991, mi fece esordire come soggettista nel serial tv “Extralarge”, con
Bud Spencer, poi debuttai al cinema col Western Italiano “Jonathan degli Orsi”,
uscito nel 1995 (chicca nella chicca, ci lavorava il Signor Carmine Orrico, in arte John Saxon, per me presenza cult in quanto aveva interpretato “I 3 dell'Operazione Drago”, accanto al mio idolo Bruce Lee!). Da allora ho lavorato in svariate pellicole, insieme a quei maestri del B-movie, che vedevo da spettatore: Castellari, Ruggero Deodato ed altri, fino allo z-master Bruno Mattei e al comico-pecoreccio di Neri Parenti (in fondo i suoi sono b-movies in confezione miliardaria); con altri (Antonio Margheriti, Sergio Martino, Lucio Fulci etc.), non ho avuto il piacere di lavorare ma quello non indifferente di ascoltare da loro aneddoti e ricordi (del tipo che oggi si usa infilare negli extra dei dvd, vivaddio!).
Si può dire che sia il piacere principale nel fare questo lavoro, spesso economicamente ingrato se, come me, ci si ostina a tentare di fare ancora il film di genere. Forse a breve partirà finalmente 'sto “Gli Implacabili”, un western che ho scritto dieci anni fa con Enzo, mentre sta uscendo “L'Impero dei Draghi”, un romanzo di Valerio Manfredi, tratto da un mio soggetto che unisce due popolari generi: il Peplum ed il Kung-fu. Se funzionerà diverrà
un film.
Preferisco fare quel che so, bello o brutto che sia, piuttosto che tagliarmi le palle con le “ficscionate” televisive, come alcuni miei colleghi, che reagiscono con battute di scherno se sentono parlare di Castellari o Fulci, del western all'italiana o del "polizziottesco", ma poi hanno curriculum pieni di penose fiction che fuori dall'Italia nessuno conosce.”

G. M.: “Quanto dura di solito il processo creativo per scrivere una buona sceneggiatura?"

L. D. L.: “Boh! Da qualche settimana a qualche mese. In genere dipende da quanta fretta hanno i committenti e dai soldi in ballo. Tanto nessuno sa dire quando una sceneggiatura è buona: se il film va' bene, il merito se lo pigliano il
regista (che in fondo è l'autore vero) e gli attori; se va' male, la colpa la si dà sempre allo sceneggiatore! Ironie a parte, non ci sono regole. Io, non avendo fatto scuole specifiche, ho sempre lavorato sulla quantità più che sulla qualità, per la serie "sbagliando si impara!". Il copione più rapido che abbia scritto, forse era quello di “Gli Occhi Dentro”, un thrilleraccio-splatter di Bruno Mattei del 1993, uscito in home-video col titolo “Occhi senza Volto/Madness”: una settimana di scrittura, incluso il soggetto! Proprio perché era un film a costo sottozero, non ho avuto interferenze. Pochi soldi ma mi sono divertito. Viceversa, il film forse più lungo a scriversi, per me, è stato il campione di incassi “Natale sul Nilo”, che come gli altri due della serie natalizia cui ho collaborato (“Merry Christmas” e “Natale in India”), ha comportato sei mesi di scrittura (ma va' detto che eravamo in quattro o cinque a lavorarci, ed il produttore Aurelio De Laurentiis ci convocava spesso per discutere le scene, per cui "troppi galli a canta' nun se fa' mai giorno".) In realtà quello che tu chiami "processo creativo" non finisce mai: ad esempio per il western “Gli Implacabili”, con Castellari ci lavoriamo grosso modo da dieci anni,
ritoccando o aggiornando di volta in volta in base a questo o quel suggerimento che potrebbero facilitarne la realizzazione (l'ultimo ritocco è dell'anno scorso e concerneva due possibili camei di Ethan Hawke e Liam Neeson).

Davvero, non c'è regola, ma io parlo per me ovviamente. Ognuno ha i suoi metodi: c'è chi, giustamente, inizia col soggetto (l'idea in sintesi, che più è buona, meno parole necessita) poi sviluppa il trattamento (la storia più estesamente), poi la scaletta (rapida scansione dei fatti: punto 1, succede questo, punto 2, quest altro... etc.) ed infine la sceneggiatura: dialoghi, azione, personaggi, tutto. Insomma il film su carta (possibilmente
evitando di scrivere movimenti di macchina da presa, che sono compito del regista, non di chi scrive.) Semmai la sola regola è la fretta che in genere i produttori hanno, per cui vogliono il lavoro subito senza sganciare una
lira! All'inizio ci si casca, ma con gli anni si impara a raddoppiare i tempi se il committente insiste troppo con l'urgenza, e addirittura a triplicarli finché non si vede el dinero. C'è un proverbio 'cinese':"Se tu pagale come dico io, io lavolale come dici tu; se tu pagale come dici tu, io lavolale come dico io." Millenaria saggezza del Celeste Impero...”

G. M.: "Da cosa trai ispirazione solitamente per scrivere una sceneggiatura?"

L. D. L.: “Dai soldi!!! Più che di ispirazione si deve parlare di mercato. Di solito il produttore ti dà un'idea e tu la elabori.
E' raro che sei tu a portare cose nuove, poiché lo sceneggiatore o arriva troppo presto o troppo tardi. 13 anni fa portai una storia a Sergio Martino, un Poliziesco kung-fu sull'invasione della Mafia Cinese a Roma. "Interessante, ma La Mafia Cinese a Roma non è credibile". Aveva ragione lui: all'epoca di cinesi in giro se ne vedevano, sì, ma non come oggi, che se vai a Piazza Vittorio a Roma sembra di entrare a Piazza Tieanmen!
Inoltre, oggi di produttori non ce ne sono quasi più, c'è gente che fa film coi soldi della tv (il che porta a farsi le seghe con storie di preti, poliziotti, commissari, oppure con biografie di santi) o coi soldi dello Stato, cioè rubando quel che può ed investendo una minima parte in film che non escono o se escono non fanno soldi.
Ecco perché rimpiango i b-movies: belli o brutti, davano chance di divertirsi, provare. Sono cresciuto vedendo quelli e ora mi trovo incastrato in un sistema agonizzante. Oggi se un film italiano non è sdoganato dall'oscar, in America non esce; venti anni fa, leggevi la top-ten USA e ci trovavi “Flashdance” al primo posto e “1990 I Guerrieri del Bronx” di Castellari al 5°.
Ecco cosa abbiamo perso: ci guardiamo l'ombelico ed i mercati stranieri ci reputano Terzo Mondo. E lo siamo!



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post Oct 23 2007, 07:33 PM
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GRANDE LORENZO DE LUVCA (2)
Tra le pochissime cose da me proposte negli anni, c'era “L'Impero dei Draghi”,
un mix esplosivo tra “Il Gladiatore” e “La Tigre e il Dragone”, sugli Antichi
Romani in Cina, che come soggetto fece impazzire il produttore De Laurentiis 4 anni fa, ma poi si rivelò troppo costoso e si preferì trasformarlo in un libro di successo di un autore mondiale come Manfredi, sperando così di trovare
partner coproduttivi all'estero. Comunque, anche se non sei ispirato, è ovvio che quando scrivi finisci per infilarci dentro cose che hai visto o letto negli anni. Me lo diceva il compianto Duccio Tessari, quando nel 1986 ero un "fanzinaro" che scriveva recensioni e girava film amatoriali: "Nessuno è mai originale, perché prima di te c'è sempre qualcuno più bravo."
Ti faccio un esempio: quando esordii con il serial “Extralarge”, scrissi un soggetto mica male, “Miami Killer”, che introduceva un elemento scabroso nei film di Bud Spencer: un serial-killer pedofilo!!! Infatti all'inizio mi fu rifiutato dalla tv, perché ricordati che la scatola catodica è un oppio per un pubblico di rincoglioniti che si addormentano col telecomando in mano, mentre il canale resta sintonizzato (è così che il giorno dopo strombazzano i record d'ascolto). Comunque, tornando a noi, quel soggetto si rifaceva a due capolavori che amo molto: “M - Il Mostro di Dusseldorf” di Fritz Lang e “La Scala a Chiocciola”, di Siodmak. Un po' per scelta (alcuni personaggi avevano persino gli stessi nomi) e molto a livello inconscio. Poi, naturalmente, si infilano varianti, mica devi fare la copia-carbone. “Miami Killer” fu modificato in meglio da Enzo G. Castellari e fu il maggior ascolto. Ma mica ci eravamo inventati nulla, avevamo solo giocato a rimescolare le carte con passione, senza snobismi.
Cita un film di oggi di successo e vedrai che trovi un referente fatto prima, solo che magari il pubblico dei ragazzini che va' al cinema col cellulare acceso non lo sa. “Il Sesto Senso” aveva quella trovata che più o
meno arriva da un horror del 1968, “Carnival of Souls”, inedito in Italia; “Il Gladiatore” è il remake in digitale de “La Caduta dell'Impero Romano”, un kolossal anni '60 (nonché una rielaborazione dei Peplum all'italiana, se è vero che Ridley Scott si fece arrivare dall'Italia spezzoni di un vecchio film gladiatorio italico di serie (IMG:style_emoticons/darkskins/cool.gif) ; “C'era una volta il West” prendeva a man bassa da “Johnn Guitar”; il leggendario “Ben-Hur” del '59, 11 oscar, era basato sulla sceneggiatura del primo “Ben-Hur” del muto, più che sul romanzo di Wallace; Tarantino copiava dai film di Hong Kong, poi l'hanno scoperto e ha detto che "citava"; il cinema horror-splatter, praticamente basato sulla stessa sceneggiatura variata tremila volte...

E' il bello di questo lavoro! Lo sceneggiatore è solo una stampella di supporto perché il cinema è sinergia. Quelli che si atteggiano ad "Autori" o sono dei frustrati oppure mentono sapendo di mentolo.
Persino Akira Kurosawa, quando i produttori non lo facevano più lavorare, considerò di scrivere un Kaiju-Eiga, cioè un film di mostri tipo Godzilla.
I grandi sceneggiatori sono tutti abili rimasticatori di quanto già fatto al cinema e lo ammettono, poi ci sono gli schiavi giovani delle 'fiscion', che anche quando bravi sono imbastarditi dalla serialità, ed infine i “Pisciaparole” Anziani che campano sulla fama dei film che scrivevano negli anni '70 spacciandosi inventori assoluti di questo o quel Cult, quando basta scorrere le loro filmografie per vedere che le loro cose migliori sono non a caso legate ai registi migliori. Un bravo regista può riscattare un brutto copione o impreziosirne uno buono, ma un bravo sceneggiatore non ha mai riscattato un brutto film.”

G. M.: "C’è un film tratto da una tua sceneggiatura che più ti ha soddisfatto? E quello che meno ti è piaciuto invece?"

L. D. L.: “Dunque, se intendi il film che più rispetta il copione tra quelli da me scritti o co-scritti, nessuno! No, forse “Jonathan degli Orsi” e “Occhi senza Volto”, ma comunque ogni sceneggiatore sa che il copione viene sempre modificato dal regista, perché ci va' lui sul set ad affrontare problemi, mica chi scrive col culo al caldo.
Quello che invece mi è più piaciuto, a prescindere dal mio contributo, resta “Miami Killer”, l'episodio del serial ”Extralarge” con cui ho esordito nel 1992. Il film più noioso che ho contribuito a fare resta forse “Conquest”, un ungherese mai uscito in Italia, sull'eroe magiàro Arpàd, anche se laggiù fu un successone! Ma era bruttarello parecchio pure “Natale in India”. Per fortuna che ha fatto lo stesso un sacco di dinero! Ripeto che quando scrivi un film lo fai di solito su commissione e quindi non è che ti metti a fare l'Autore Presuntuoso, cerchi solo di infilare dove puoi qualcosa di tuo e di divertirti un po', ma non è detto sia poi quello che fa del film un successo. Anzi!”

G. M.:"Ti piacerebbe passare dietro la macchina da presa? Ne hai mai avuto la possibilità?"

L. D. L.: “La possibilità l'ho avuta molti anni fa, nel 1991, ma me ne mancò il coraggio e l'esperienza: non ci si improvvisa registi. Oggi come oggi sì, infatti c'è un mio collega (uno di quegli sceneggiatori di “fiscion” soporifere) che ci proverà, non a caso in tv dove ha "santi in paradiso". Ma la regia vera, quella al cinema, è altra cosa!
Un mio amico, Fabio Segatori, che da anni studia, fa stage all'estero (anche con Tsui Hark), si porta ancora dietro gli strascichi del suo esordio, “Terra Bruciata”, un low-budget che lui voleva fare underground. Poi ha ceduto alla lusinga di un producer vero e dei soldi veri ed è venuto fuori un film che ha scontentato tutti (per di più con Raul Bova che al botteghino non funziona quasi mai) anche se io seguito a sostenere che Segatori è uno dei pochi giovani che dirige all'americana. No, il regista deve avere palle fiction, talento e fortuna, non bastano raccomandazioni.

Le sole cose che ho "diretto" sono i super8 ed i vhs amatoriali 25-26 anni fa, alcuni dei quali hanno circolato in qualche festival. Ce ne stanno già troppi di miei colleghi che si improvvisano registi, senza che mi ci aggiungo io. Comunque a chi esordisce do un consiglio: un bravo aiuto-regista ed un bravo operatore alla macchina. Se poi riuscite pure ad avere un direttore della fotografia di esperienza, il film si fa da solo.
Orson Welles disse una volta (cito a memoria, parola più parola meno):" tutti i registi sono capaci ad immaginare scene particolari, ma se poi non hai il collaboratore bravo che te le realizza, è inutile."
Se invece fate una fiction tv quello che trovate va bene, tanto c'è la pubblicità che interrompe, la gente parla al telefono o mangia o va in bagno mentre guarda la tv e di solito si addormenta col telecomando in mano.”

G. M.: "Hai detto di non essere ancora passato dietro la macchina da presa, ma ho letto che nel 1997 hai recitato in un film da te sceneggiato, "Il Tocco: La Sfida" di Enrico Coletti, con protagonista Franco Nero. Vuoi parlarci di questa tua esperienza d'attore?"

L. D. L.: ”E' una balla! Ho fatto solo il figurante speciale: siccome ho capelli molto lunghi e tratti vagamente pellerossa (si dice che qualcuno della famiglia emigrò in tempi remoti negli States, accoppiandosi con una mezza indiana, il che spiegherebbe dei somatismi ripresentatisi con un salto di generazioni solo con me) mi schiaffarono a fare uno dei giocatori biliardo d'una bisca malfamata in Spagna, nella finzione (era in realtà a Roma, piazza Cavour). Tutto qua. Se si farà “Gli Implacabili”, pure Castellari già ha detto che mi vuole fare apparire tra gli indiani. Ho risposto "augh!".”

G. M.: "Ti va di parlarci in breve de "Gli Implacabili"? Oltre a questo film, a quale altro progetto stai lavorando ora?"

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post Oct 23 2007, 07:33 PM
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LORENZO DE LUCA (3)
L. D. L.: “Il western “Gli Implacabili” (The Badlanders) è nato nel 1995 da un'idea di Castellari, che abbiamo sviluppato assieme. Doveva essere una reunion di vecchie glorie italiche (Nero, Gemma, etc.) in omaggio a Leone.
L'omaggio a Leone è rimasto ma non le vecchie glorie, poiché per ragioni di marketing, se si farà, avrà un cast composito ed internazionale. E' un mix tra “Mucchio Selvaggio” e “Balla coi Lupi”: la storia di tre superstiti del vecchio West, un tempo fuorilegge, costretto da un sordido politicante a dare la caccia ad un misterioso ribelle indiano fuggito da una riserva, anche se poi tra mille avventure scopriranno che le cose non stanno proprio come l'Uomo Bianco vuol sempre far credere...
Nel cast si è parlato di nomi come Keith Carradine, Ethan Hawke, Rourke ed altri, ma sono solo chiacchiere (una volta incontrai Liam Neeson perché anche lui doveva partecipare, ma poi ha chiesto un botto di soldi e arrivederci!).
Ricordo che nel 1995 cercai di coinvolgere anche Jackie Chan e ad Hong Kong erano molto interessati, ma quando hanno letto il copione ed hanno visto che non era lui la Star, bè, tanti saluti. Forse dopo anni di traversie produttive ora il film si farà, ma come si dice a Roma "Staremo a vedremo". Io per scaramanzia penso sempre al peggio!
Altri progetti, è in post-produzione “Forever Blues”, un film intimista che ho scritto per Franco Nero, sul rapporto tra un trombettista jazz ed un bambino quasi autistico, e poi altre cose, tra cui, se troveranno el dinero, questo ”L'Impero dei Draghi”, del quale sono soggettista con Valerio Manfredi, tratto da un mio vecchio copione che lui ha trasformato in un bellissimo romanzo di successo!”

G. M.: “Tu non hai scritto solo film, ma, come già hai accennato sopra, anche libri sul cinema. Vogliamo parlare anche di questa tua seconda attività?"

L. D. L.: “In realtà è stata la prima attività, unitamente a quella di autore di articoli e recensioni a tempo perso per giornali tipo "Primavisione Cinematografica" o "Cinema Nuovo". Il cinema è una malattia ed ho iniziato a sfogarla con un libricino sul Western-Spaghetti nel 1986, come ho già detto (ma ebbe scarso successo: ancora non si rivalutava quel genere in Italia.)
Poi hanno fatto seguito il libricino “Cinema & Aviazione” (film con aeroplani, dal bellico al catastrofico) ed uno sul "poliziottesco all'italiana" (“Giustizieri & Giustiziati”, rimasto inedito; nel 1985 ancora non c'era il revival di questo filone).
Grosso modo a partire dal 1980 iniziai a raccogliere quanto potevo sui film di kung-fu, mia passione primigenia. Nel 1989 mi ritrovai con un malloppo di centinaia di pagine che schedava tutti i film marziali noti e non. Si intitolava “Kung-fu Cinema e Mito”. Telefonai alla Edizioni Mediterranee e chiesi un colloquio. Il boss, il Dottor Canonico, sfogliò impressionato quel dattiloscritto, ma giustamente disse qualcosa del tipo: "E' notevole, ma in
fondo a quanti può interessare un libro sui film di kung-fu?".Di nuovo, un filone ancor lungi dalla rivalutazione.
E così è venuta fuori quella collana di 4 libri su Bruce Lee, che in pratica era quel malloppo a puntate. Il primo, “Bruce Lee il Piccolo Drago”, uscì nel 1990 mi pare, gli altri ad intervalli regolari fino al Duemila. Ed ancora circolano le ristampe. Usai la figura-chiave di Bruce Lee come aggancio per parlare del cinema marziale di HK anni '50-'90, con qualche cenno al muto. Poi è ovvio che vi infilai le solite cose che uno si aspetta da un libro su Lee: come si allenava, il Jeet Kune Do, etc. ma in realtà ero molto orgoglioso di poter recensire gongfupian e wuxia vecchi, ai quali nessuno aveva dedicato una riscoperta, sia pure in chiave sommaria come feci io. Oltre ai miei, solo “Il Cinema del Kung-fu” della Fanucci, dell'amico e collega di allora Riccardo Esposito, faceva altrettanto scavando nel barile dei filmetti che i cultori di oggi ignorano con sufficienza o al massimo vedono con divertito disprezzo, dimenticando che, per vent'anni, qui sono mancati strumenti di storicizzazione del genere kung-fu.

Il ben di Dio che c'è oggi è manna dal cielo, ma con internet è più facile. Io mi dannavo l'anima in una ragnatele di lettere italiane e straniere. Qualcuno rispondeva e mandava materiale (la Cinema City, Sammo Hung, Jackie Chan, l'Hong Kong Film Festival furono gentilissimi). I critici di Hong Kong come LI Cheuk To oppure Lau Shing Hon e Tony Rains, mi mandavano "papiri" pieni di cose bellissime, sorpresi che in Italia qualcuno avesse interesse al loro cinema. Era un fai-da-te.
Comunque i miei libri andarono complessivamente bene, chi più chi meno.
Ne regalai uno al povero Brandon Lee, quando venne a Roma, e uno anche a Van Damme quando passò di qui (peraltro su Van Damme collaborai anche ad un gustoso librettino di Simone Bedetti.) Nel diedi uno anche a Jackie Chan quando venne a Roma e non si aspettava un libro in italiano con un intero capitolo su di lui (e non sapeva che le foto erano tutte piratate!). Con Jackie accadde una cosa un po' spiacevole: io avevo messo in cantiere anche un libro su di lui, ma mi chiese di non farlo subito perché lui stava scrivendo la sua autobiografia (“I'm Jackie Chan”). Così per rispetto bloccai il mio libro, ma il suo qua non arrivò mai tradotto in italiano.
Ho smesso di scrivere libri di saggistica sul "cinegongfu" cinque anni fa perché ormai avevo detto tutto quel poco o tanto che sapevo (tranne qualcosina che custodisco gelosamente per me, anche perché nessuno mi crederebbe!); ed anche perché il panorama editoriale sul cinema di Hong Kong si è un po' inflazionato. Ma è meglio il tanto che il pochissimo. Apprezzo molto gli scritti di Nazzaro e Tagliacozzo; un po' meno quelli che tendono a trasformare un genere sanamente popolare come il gongfupian in un esercizio di compiaciuto intellettualismo, della serie "guardate come scrivo bene e quante cose so!" Io forse scrivevo male e sapevo meno, ma non mi scrivevo addosso.
Comunque è un bene che oggi uno vada in libreria e ci trovi volumi che discettano su temi e sottotemi del cinema di Hong Kong, non solo kung-fu.”

G. M.: "Parliamo ancora di Jackie Chan: secondo te perchè i suoi film in Italia non riscontrano lo stesso successo che hanno negli altri Paesi?"

L. D. L.: “Jackie non ha sfondato in Italia per più motivi: ormai il filone è troppo sputtanato e Bruce Lee continua ad essere un'icona ingombrante, e poi la gente da noi vede le arti marziali comiche come uno sminuire l'argomento. Ogni volta che parlo di Jackie Chan con qualche non-sfegatato, la risposta è: "Ah sì, bravo, però fa ridere!". Come se far ridere fosse facile! Charlie Chaplin (del quale Jackie è considerato da alcuni critici francesi la versione marziale) diceva che far ridere è più arduo che far piangere. E ve lo conferma anche uno scribacchino come me, riguardo la sua modesta esperienza nel comico alla Boldi-De Sica: far ridere non è mai facile, nemmeno nella trivialità, figurarsi quando si è commedianti ed acrobati insieme come Jackie Chan (o come Jean-Paul Belmondo prima di lui, parlando di un altro che non usava controfigure). Credo che Jackie non sfonderà mai qui, ma rispetto a vent'anni fa, quando ad andarlo a vedere al cinema eravamo 2 gatti e un cane, ora per lo meno con tv e dvd si è creato un suo piccolo seguito.

A me fece impazzire dalla prima volta che vidi nel 1982, “Jackie Chan la mano che uccide” (“Fearless Hyena”): chi avrebbe mai pensato che si poteva ridere durante un duello finale tra il Buono e il Cattivo del kung-fu?
Jackie Chan ha avuto il genio di approfondire l'intuizione di Liu Chia-Liang di volgere alla risata un filone usurato, come fecero Terence Hill e Bud Spencer quando buttarono in farsa lo spaghetti-western dopo 500 film di eroi seriosi.
Ultimo ma non ultimo, il pubblico italiano in particolare, fatica a ricordare nomi e facce cinesi, ecco perché Bruce Lee, che aveva un nome americano ed un carisma che trascendeva ogni barriera etnica, resta ancor oggi la superstar asiatica più famosa. Solo che ormai i film di kung-fu sono troppo usurati perché noi li si possa accettare con l'entusiasmo degli anni '70. Non di meno, Jackie Chan è meraviglioso! Anche se ormai ripetitivo.”

G. M.: “Il fatto che prima di Chan c'erano stati in Italia Bud Spencer & Terence Hill, ai quali Jackie disse di essersi in parte ispirato per i suoi film, non potrebbe essere una delle cause principali del suo scarso successo nel nostro Paese secondo te?"

L. D. L.: “Secondo me no: tra loro e lui ci passano un sacco di anni, a livello di uscita di film. Non penso proprio.”


G. M.: "Come già hai detto i libri che scrivesti su Bruce Lee non solo parlano del Piccolo Drago come attore/regista, ma anche come uomo. La cosa che mi ha più colpito è la precisione con la quale descrivi i vari tipi di arti marziali che il Nostro apprese. Mi viene quindi spontaneo chiederti se sei un appassionato di arti marziali al di là dei film sul genere e se ne pratichi qualcuna."

L. D. L.: ”Come tutti i ragazzini subivo il fascino delle botte-acrobatiche, ma quando mi iscrissi in palestra nel 1981, mi accorsi che la pratica è “mooooolto” diversa. Mi accorsi pure del livello standard dei "sensei" romani, almeno per la mia piccola esperienza. Praticai un anno di Shotokan, ma era troppo rigido. In realtà avrei voluto qualche stile interno del kung-fu, solo che a Roma non c'erano scuole che mi sconfinferavano. Le palestre erano piene di esaltati che volevano diventare Bruce Lee, uno in più non serviva proprio.
Ho conosciuto però istruttori molto seri. Mi ricordo l'attore-istruttore giapponese Iwao Yoshioka, apparso in “Sandokan” ed anche in qualche filmetto: non so se fosse un gran maestro ma era un personaggio, molto preparato e con la nomea di uno che era meglio non provocare. Ho conosciuto il sifu Shin Dae Woung, che mi raccontò che da giovane in Corea aveva partecipato ad un wuxia, ma aveva un caratterino intollerante per prendere ordine dal regista su "come" fare kung-fu sullo schermo. Molti anni dopo ho avuto anche l'onore di conoscere il sifu italiano Paolo Cangelosi, che mi impressionò molto coi suoi aneddoti di quando scappò di casa per andare in Cina a praticare kung-fu. Ma non sono un cultore-praticante e nei miei libri abbondavano descrizioni tecniche perché chi leggeva su Bruce Lee cercava anche quello. I tempi non erano ancora maturi per parlare solo di cinema.
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serpeinculo
post Oct 23 2007, 07:33 PM
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un uomo, LA STORIA.

non lo sapevo ballerino ( pensavo al cha cha cha come episodio romanzato) ma mi sbagliavo e questo spiega la sua impareggiabile grazia nel muoversi.
Non sapevo neanche che Dragon : La storia di Bruce Lee fosse stato scritto dalla moglie ma so che nel documentario Linda dichiara di aver aspettato che Jason Scott Lee si facesse un po' più uomo per rivestire i panni del mito .
Curiosa invece l'abitudine cinese di chiamare i maschietti come le femminucce ( o in Vivere! " panino" ) per distogliere l'attenzione degli spiriti cattivi dai bambini .
Quegli specchietti feng shui e quegli specchi finali che lo sconcentrano allora non sono solo finzione ma tragica realtà e predestinazione.

Molti sono gli spunti di riflessione che questa splendida presentazione all'altezza di chi viene descritto , obbliga : primo su tutti la fonte dell'energia di Bruce che lo fa trionfare in ogni campo in cui si decida a confrontarsi e che può derivare solo da un animo che sia pura volizione .
un ingegnere del corpo, un esteta del movimento
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:34 PM
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LORENZO DE LUCA (4)

Documentandomi mi sono accorto che nei film di kung-fu in realtà nessuno praticava kung-fu, fino all'avvento di Bruce Lee. Nei vecchi film di Wang Yu e Chang Cheh vedevamo più che altro un mix tra karate nippo e Hong Quan. Il kung-fu al cinema lo si sarebbe visto solo col debutto di Liu Chia-Liang, non a caso un Sifu discendente dai maestri di Shaolin. No, non sono un esperto di arti marziali, quantunque Valerio Manfredi nei ringraziamenti de “L'Impero dei Draghi” mi indichi, bontà sua, come tale. Sono un cultore della teoria, del folklore, più che delle tecniche, anche se guardando un match od un film mi diletto ad individuare questo o quello stile.
Sotto tale aspetto Jackie Chan rimase un pochino scioccato quando gli spiegai da dove aveva estrapolato lo stile che si vedeva in “Fearless Hyena”, dove era stato probabilmente aiutato dall'attore-sifu Chan Wai Lau (nel film il mendicante-maestro Unicorno) che ne era esperto. Ci pensò qualche istante, poi ricordò: Chan Wai Lau lo aveva aiutato nelle coreografie e lui era un po' spiazzato che un modesto fan italiano ora glielo ricordasse come se fosse la cosa più normale. Mi godetti i miei 5 minuti di gloria con Mr.Drunken Master.”


G. M.: "Se Bruce Lee non fosse morto, secondo te avrebbe fatto la stessa fine di Jet Li e Jackie Chan, che sprecano il loro talento in mediocri filmetti americani tutti uguali?"

L. D. L.: “Chissà?! Bruce era un talento superiore, sotto certi aspetti, ad un Jet Li, ma chiunque lo conobbe ha detto che poteva diventare quel che voleva e non pochi assicurano che forse si sarebbe gradualmente staccato dal filone
kung-fu.
Non lo so. La sua incommensurabile statura sta anche nel fatto che morì all'apice, nel fulgore, non ebbe il tempo di decadere e di invecchiare. E' un mistero che fa parte del suo fascino e la sua pur breve parabola è
meravigliosa anche per questa sua compiutezza incompiuta. O incompiuta compiutezza. Certo è che quando morì aveva ricevuto proposte sia dalla Titanus italiana che da Carlo Ponti, oltre che dagli americani. Nessuno può dire dove sarebbe giunto o dove sarebbe crollato. Di certo una sua lettera scritta in gioventù parlava di abbandonare il cinema una volta raggiunto il successo e la stabilità economica per dedicarsi alla serenità interiore, etc. etc. ma era un uomo così contraddittorio, come tutti i Grandi, che forse non lo avrebbe fatto.”

G. M.: "Cosa ne pensi degli action recenti made in Hong Kong?"

L. D. L.: “Ad essere sincero ne ho visti pochi. Paradossalmente il mio interesse è scemato mentre quel cinema veniva riscoperto dalla massa. Ho visto da poco “Kung-fu Hustle” e mi ha divertito, è un perfetto popcorn-movie ma alla lunga procede per accumulo di effetti. Mi ha soprattutto fatto piacere rivederci una vecchia gloria del kung-fu anni '70 come "Bruce Liang", cioè Leung Siu lung (il terribile e spelacchiato Beast), che a me piaceva davvero tanto quando ero ragazzino. Lo trovai superbo ne “I Fantastici Piccoli Supermen”, quel gioiello trash del 1974. Era un esperto di tecniche di gamba fenomenale, simpatico, gaglioffo e carismatico, anche quando girava filmacci tipo “Un artiglio d'acciaio per Bruce Lee l'indomabile”. E fu bravo anche a reinterpretare Chen Zhen nella versione serial-tv di “Fist of Fury”, cioè “Dalla Cina con Furore”, da noi inedita (secondo me là è superiore anche al Jet Li di “Fist of Legend”). Devo dire che i film di Hong Kong di oggi per me diventano subito gustosi se dentro c'è qualche vecchia gloria di ieri come lui. Comunque il cinema di Hong Kong è ormai tecnicamente eccezionale da diversi anni, è quasi banale dirlo, anche se non è più una delle industrie più prolifiche del mondo, ma non sopporto l'abuso che fanno di slow-motion, accelerazioni, wirework, virtuosismi etc. Ogni tanto becco qualche mattonata tipo “Beyond Hypotermia” o un Wong Kar-Wai (due palle!) o il Johnny To di “The Mission”. Ammetto di preferire un vecchio Cang Cheh ad un moderno Tsui Hark (“The Blade”, per me, era indecente).
Non mi piacciono in genere le attrici, tolte due o tre: Cecilia Yip non mi dice nulla, come poco mi diceva Anita Mui, pace all'anima sua. Idem per Carina Lau, Carman Lee e affini(però, scusate lo sciovinismo, Chingmy Yau e Chintya Khan erano proprio due belle gnocche dell'action).
Stephen Chow è l'unico che oggi mi tiene sveglio, perché gioca con gli stereotipi del suo cinema (ed è un fanatico di Bruce Lee, come il sottoscritto). Si sarà capito ormai che io preferisco il cinema di Hong Kong marziale anni 70-80 a quello odierno. E che sono misogino per quanto concerne i film, per ovvie ragioni: per me Hong Kong si identifica col kung.fu e il kung-fu con l'Eroe Maschile. Michelle Khan è grande ma da sola non mi sprona a vedere un film.
E' una ciliegina, non la torta.”

G. M.: "C'è da dire comunque che ultimamente ad Hong Kong di film di arti marziali e più in generale di azione se ne fanno di meno rispetto al passato, anche se quel poco che c'è è davvero notevole (“Infernal Affairs, Kung Fu Hustle, ecc.). In una recente intervista rilasciata alla rivista "Ciak" (maggio 2005), Tsui Hark dice che la causa di questa crisi è da ricercare nel sempre più crescente peso della censura cinese. Tu cosa ne pensi?".

L. D. L.: “Non saprei: secondo me la censura era più severa nei '70 quando sfornavano gongfupian a tutto spiano, eppure di rado ne censuravano qualcuno (paradossalmente censuravano di più i film occidentali importati a HK). Forse è anche saturazione del pubblico. Quanti kung-fu hanno prodotto? Oltre mille!
Quanti polizieschi alla John Woo? Centinaia. Può darsi che loro stiano più o meno come noi: crisi del pubblico in sala, invadenza tv, mancanza di produttori, etc. Qua in Italia il genere portante è sempre stata la commedia, eppure se ne fanno molto meno. Se Tsui Hark dice così avrà i suoi motivi, ma non credo sia problema solo di censura, semmai quella è una concausa. Forse il pubblico asiatico si è in parte stancato del kung-fu, così come quello USA si è stancato del suo genere più autentico, il western. Ogni tanto esce un bel western e ne fanno anche per la tv (recentemente sono stato a Milano a vedere “Deadwood”, di Walter Hill, un western-tv, ed ho
parlato con Brad Dourif, un famoso caratterista che vi lavora, che ha detto che a Hollywood la tv ha più potere del cinema ora; magari è lo stesso a HK). Forse il kung-fu come genere di massa non tornerà mai più, ma di tanto in tanto usciranno pellicole di gran qualità e successo. Accontentiamoci.”

G. M.: "Per concludere l’ultima domanda. Grazie al tuo lavoro hai avuto la possibilità di conoscere molti personaggi del mondo del cinema: hai qualche aneddoto più o meno serio da raccontarci?"

L.D.L.: “L'aneddoto forse più curioso concerne Brandon Lee. Dopo i nostri incontri romani, durante il suo toùr per promuovere “Drago D'Acciaio”, ci facemmo qualche foto, ma a casa mi accorsi che il rullino era stato caricato male dall'idiota di un negozio di foto-ottica vicino casa mia, (e pensare che lo avevo fatto caricare a lui proprio perché talvolta quei rullini sono difettosi). Nessuna foto. Non ci ho dormito, anche se cercavo di consolarmi: "Vabbè, col mio lavoro ricapiterà l'occasione..." Invece presentivo il contrario, la mattina dopo mi sono alzato di corsa, sono tornato all'hotel ed ho atteso nella hall finché Brandon, che era in giro per la capitale, non è rientrato. Gli ho spiegato nel mio maccheronico inglese l'accaduto e ci siamo rifatti un altro paio di foto al volo, vestiti casual come eravamo. La foto finì poi nel mio terzo libro, “Bruce & Brandon Lee: nel Nome del Drago”, nel 1995. In effetti non mi fregava granché dell'intervista che gli avevo fatto, era solo una scusa. Il mio era chiudere un cerchio ideale, una parabola iniziata da bambino, vedendo i film di Bruce Lee, proseguita da
ragazzo, scrivendo libri su Bruce Lee, ed infine compiuta da adulto, stringendo la mano al figlio di Bruce Lee. Giacché ero anche sceneggiatore, gli chiesi se avrebbe accettato proposte dall'Italia (all'epoca non era ancora noto) e disse di sì.

Nei mesi seguenti buttai giù un copione, “Triade Selvaggia”, sull'invasione della mafia cinese a Roma, pensato per Franco Nero (uno sbirro che inciampa nella Triade romana quasi per caso e scoperchia la fogna) e Brandon Lee (figlio di un Triade che fugge in Europa e denuncia in un libro le malefatte paterne). Piacque molto a Franco ed alla Rai, che a Umbria Fiction fece pure stampare delle locandine. Purtroppo, qualche mese dopo ricevetti una telefonata di Solvy Stubing, la giornalista di cinema televisiva, che mi informava della morte di Brandon in quel modo assurdo. Lo aveva appena saputo e mi aveva subito chiamato, per associazione di idee poiché avevo presentato i miei libri su Bruce nel suo programma.
Naturalmente “Triade Selvaggia” non si fece più. Non ne volli più nemmeno parlare. Solo ora, tredici anni dopo, mi ci sono rimesso su e medito di farne in un romanzo, ma per anni ho avuto una sorta di inibizione, così come
non ho mai riascoltato la registrazione di Brandon in quell'intervista del lontano 1992. Ho molti aneddoti, da Bud Spencer a Jackie Chan, ma questo è forse quello che più è rimasto attaccato: quel fottuto rullino caricato
male, quella sensazione che non avrei mai più rivisto Brandon, e che quindi mai più avrei potuto fare quella foto. Una foto che mi dà un senso di assurdo, ogni volta che guardo Brandon, in giacca, t-shirt e cappelletto di feltro col braccio intorno alla mia spalla, con un sorriso impercettibile e sommesso come sommessa era la sua personalità, quasi timida. Una fine così tragica che pensare ad un delitto è quasi più credibile che pensare alla
disgrazia. E sono certo che qualcuno lo ha fatto fuori, in quello che gli americani chiamano "fool-game". Qualcuno avrebbe dovuto pagarla cara, ma laggiù tutto è regolato dal Dio denaro: in un paese in cui ancora non si sa la verità vera su Kennedy o sull'11 settembre, figurarsi se si può avere chiarezza sull'assassinio di un giovane attore.

Aggiungo che di recente sono stato ad Hong Kong a girare il primo documentario italiano su Bruce Lee e sul cinema del kung-fu, e nonostante i pochi mezzi a disposizione siamo riusciti ad intervistare delle autentiche leggende: in primis Liu Chia Liang, forse il più grande regista del filone, che raramente rilascia interviste agli occidentali. Poi suo fratello Gordon Liu, una star dei film di kung-fu Shaw Bros, riscoperto da Tarantino in Kill Bill. E poi la leggenda del kung-fu di serie B Bruce Leung Siu Lung (Kung-Fusion, la sua cosa più recente), i mitici Eddy Ko, Chiang Tao, Chu Chi Ling e tanti altri. Senza contare personaggi italiani a vario titolo tangenti l’argomento, come Franco Nero, Bud Spencer, Enrico Vanzina, l’ancora bellissima Malisa Longo, il grande produttore Aurelio De Laurentiis e numerosi altri che hanno amichevolmente aderito al mio invito per ammirazione verso Bruce (e, bontà loro, per rispetto del sottoscritto). Se avessi dovuto pagarli tutti, questo documentario non si sarebbe mai potuto fare.
Uscirà a Natale 2007 in dvd e sarà una bomba! Tutti i documentari visti finora sull’argomento erano prodotti d’importazione fatti negli States o in Inghilterra, in Italia nessuno si è mai interessato a fare qualcosa di simile, perché siamo pieni di gente che “ciancia” del cinema di Hong Kong ma non produce nulla in merito. Era quindi ora che qualcuno tirasse fuori un po’ di palle! Il mio documentario si intitolerà L’URLO DI CHEN TERRORIZZA ANCORA L’OCCIDENTE, e potrà essere brutto o bello, ma intanto esiste, lo stiamo montando, è un fatto! Chiunque verrà dopo arriverà per secondo, come già accadde vent’anni fa coi miei libri sul western-spaghetti o sul cinema kung-fu.”
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kowloon
post Oct 23 2007, 07:39 PM
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Quando si parla di arti marziali è impossibile non nominare Bruce Lee perchè il suo primo merito è proprio quello di aver aperto al pubblico occidentale le segrete arti orientali per mezzo delle sue produzioni cinematografiche Hollywoodiane.
Bruce Lee nasce a San Francisco il 27 novembre del 1940 alle sei del mattino nell'ora e nell'anno del Drago. Per questo il padre Lee Hoi Chuen, famoso attore di Hong Kong, gli dette come nome cinese "Siu Loong" che significa appunto "il piccolo Drago" e successivamente fu battezzato con il nome americano "Bruce".
Parlare o scrivere di Bruce Lee soprattutto per chi frequenta l'ambiente delle arti marziali da molti anni, è sempre difficile. Chi era Bruce Lee? Un eroe o un millantatore? Il più grande esperto di arti marziali o semplicemente un buon buon interprete della violenza cinematografica? Un insopportabile egocentrista o un vero e proprio maestro? Fiumi di parole, articoli, libri, films hanno alimentato discussioni destinate a non trovare mai una risposta definitiva se non quella più ovvia. Bruce Lee era Bruce Lee. Un uomo fermamente convinto delle sue possibilità, disposto a dare tutto se stesso per raggiungere i suoi obiettivi. Un astuto autodidatta con una mente molto geniale ed aperta a volte così certo del suo diritto alla notorietà da diventare antipatico, ma sicuramente un grandissimo esempio di coerenza e dedizione.
Ecco come lo descrive la moglie in un libro:
"Mio marito Bruce sui considerava prima di tutto un cultore di arti marziali e poi un attore. Cominciò a prendere lezioni di Kung fu, nello stile Wing Chun, a 13 anni, a scopo di difesa personale. Nei 19 anni che seguirono fece delle nozioni che via via acquisiva una scienza, un'arte, una filosofia e uno stile di vita. Coltivava il corpo per mezzo di esercizi fisici e la mente per mezzo di meditazioni."
Bruce Lee rimane ancora oggi una leggenda, non si spiegherebbe in altri modi il suo mito tra generazioni anche di più giovani.
Instancabile perfezionista, assiduo ricercatore dell'essenziale egli cercava la verità e l'efficacia nelle cose, non le chiacchere che lo annoiavano e basta.
Passava gran parte delle sue giornate allenando il suo corpo e facendo esercizi che prevedevano un potenza muscolare di enorme portata arrivando ad avere un fisico asciuttissimo ed una potenza esplosiva paurosa unite ad una grande velocità e fluidità.
Oltre che la passione per le arti marziali egli coltivava grande interesse per il ballo ed era infatti un ottimo ballerino di Cha Cha Cha ma un altro suo grande amore era il cinema; egli infatti sin da ragazzo sognava la notorietà, i film a grosso budget... Hollywood insomma.
Come sempre quando si dedica a qualcosa Bruce parte in quarta, sorreggendo i sogni con grande professionalità ed arrivando dritto al suo obiettivo. In effetti il suo grande successo come attore ad Hong Kong presto comincia a stragli stretto quindi decide di andare in California vista anche la brutta piega che la sua fama di combattente/attore stava prendendo in cina; sembra infatti che avesse molti nemici alcuni dei quali volevano addirittura fargli la pelle.
A poco Bruce sfonda anche in America e diventa in poco tempo molto famoso anche in occidente diffondendo in modo esponenziale la conoscenza delle arti marziali in tutto il mondo. La sua vita benchè breve è stata intensissima, in poco tempo da piccolo attaccabrighe dei borghi di Hong Kong Bruce si ritrova alle stelle spostandosi spesso per il mondo sempre affiancato dalla moglie Linda.
E' tristemente curioso che tutta la sua esistenza appaia segnata da schemi di una insondabile volontà superiore che la razionalità non riesce a spiegare ma che ha trovato, ancora una volta, crudelmente, una conferma nella morte del figlio Brandon a vent'anni esatti dalla sua dipartita.
L'avventura americana di Bruce Lee si conclude a Seattle il 30 Luglio del 1973. Il feretro con i suoi resti mortali è scortato da James Coburn e da Steve McQueen. "Ho avuto la sensazione che Bruce abbia voluto, nel corso di tutta la sua esistenza, sfidare l'universo e che quel giorno l'universo abbia vinto" recita un suo grande amico durante le esequie.
Forse nella versione cinematografica che ne ha consacrato l'immagine anche difronte ad un pubblico non marziale (Dragon - The story of Bruce Lee di Rob Cohen) c'è qualcosa di terribilmente reale, l'ombra di una minaccia proveniente dal mondo degli spiriti della mitologia cinese, pericolo che convinse suo padre a portare la moglie a partorire lontano da Hong Kong per assicurare al piccolo Siu Loong un avvenire felice.

Sulle cause del decesso avvenuto in circostanze poco chiare si sono succedute le più svariate teorie, spesso molto fantasiose, che hanno fatto si che il mito Bruce Lee divenisse legggenda a tutti gli effetti. Le più famose teorie sono tre.

La prima teoria parte dal presupposto che Bruce Lee cominciava a non essere molto ben visto dal popolo marziale orientale per il fatto di aver "venduto" le lora arti segrete all'occidente ma non solo; egli dichiarò pubblicamente che "il 70% delle arti marziali orientali erano delle stronzate", inoltre una volta in una diretta televisiva prese letteralmente a pugni un maestro giapponese per far capire che a lui interessava solo l'efficacia, non le chiacchere, infatti un in un'altra sua intervista egli disse "Io non faccio giochetti, io tiro pugni!". E' facile comprendere che il popolo marziale cominciasse a nutrire dell'odio nei suoi confronti tanto che una delle più fantastiche e popolari teorie è proprio quella del famoso "colpo vibrato". Un colpo segreto sferrato da un maestro nemico che lo avrebbe ucciso a distanza di tempo per un emorragia interna. Tale teoria prese forza dal fatto che sul cadavere di Bruce fu trovato molto sangue nei polmoni e da li spazio alle fantasie!

La seconda teoria a invece ha a che fare con il giro di soldi che il fenomeno Bruce Lee stava creando, si pensi che al momento del decesso egli era il divo più pagato di Holliwood e sembra che ricevesse spesso minacce da parte delle organizzazioni criminali cinesi (le Triadi) alle quali si attribuirebbe la causa dellla sua morte ipotizzandone l'omicidio per estorsione, ipotesi che non trova però nessuna conferma ufficiale.

La terza e sicuramente più probabile teoria sulle cause del decesso del piccolo Drago è una morte dovuta ad un edema cerebrale per molteplici cause. Egli infatti in precedenza ebbe vari svenimenti anche sul set dei film e non godeva di un ottima salute nonostante facesse di tutto per nasconderlo evitando che il mito del combattente indistruttibile venisse denigrato da questioni di debolezza fisica, trascurandosi e continuando imperterrito nel suo scopo.
Ufficialmente Bruce Lee muore poco dopo un incontro a casa di un'amica attrice, Betty Ting Pei, per discutere sulla regia del film "The Game of Death insieme al regista; egli accusò fortissimi mal di testa e dopo l'assunzione di un analgesico si addormentò su un divano ed entrò in coma. Poco dopo all'ospedale fu dichiarato il decesso.



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